{"id":349,"date":"2021-06-08T10:10:21","date_gmt":"2021-06-08T08:10:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/?page_id=349"},"modified":"2021-10-05T15:30:09","modified_gmt":"2021-10-05T13:30:09","slug":"questioni","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/it\/questioni\/","title":{"rendered":"Questioni"},"content":{"rendered":"<p>[et_pb_section fb_built=&#8221;1&#8243; admin_label=&#8221;section&#8221; _builder_version=&#8221;3.22&#8243;][et_pb_row admin_label=&#8221;row&#8221; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; background_size=&#8221;initial&#8221; background_position=&#8221;top_left&#8221; background_repeat=&#8221;repeat&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_toggle title=&#8221;Il razzismo deriva dell\u2019etnocentrismo?&#8221; _builder_version=&#8221;4.9.2&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; title_font=&#8221;|700|||||||&#8221; title_font_size=&#8221;20px&#8221; custom_margin=&#8221;0px||12px||false|false&#8221; title_font_size_tablet=&#8221;&#8221; title_font_size_phone=&#8221;16px&#8221; title_font_size_last_edited=&#8221;on|phone&#8221;]<\/p>\n<p>La prospettiva etnocentrica \u00e8 quella di un gruppo che considera la propria realt\u00e0, i propri valori, la sua specifica \u201cvisione del mondo\u201d (<em>Weltanschauung<\/em>), come criteri oggettivi ed universali con i quali avvicinare e \u201cgiudicare\u201d altre realt\u00e0 umane, altre culture e diversi sistemi di vita. Porre come centrali la propria realt\u00e0 e la propria visione del mondo, porta a definire s\u00e9 stessi come la pi\u00f9 alta espressione dell\u2019umanit\u00e0. E\u2019 noto che molti popoli si rappresentano con perifrasi ed espressioni come \u201cil popolo degli uomini\u201d, quasi che solo essi rappresentassero in modo compiuto l\u2019umanit\u00e0 dell\u2019uomo e, di contro, come se l\u2019umanit\u00e0 degli altri nelle sue varie articolazioni (costumi, cultura, lingua, credenze, ecc.) andasse misurata con le proprie categorie elette a criterio universale e insuperato. In tal modo il giudizio sugli altri, da parte di chi si pone in una prospettiva etnocentrica, finisce per trasformarsi in un giudizio di conformit\u00e0, nel senso che il valore e\/o il disvalore dell\u2019altro vengono ritenuti proporzionali alla vicinanza o alla lontananza dal proprio modello o sistema di vita, ai propri valori, alla cultura ed ai costumi di vita propri. In tal modo i valori e i criteri di classificazione della realt\u00e0 di un gruppo o di una civilt\u00e0 finiscono per essere considerati universali ed assoluti, anche se sono prodotti culturali e cambiano secondo i contesti geografici e storici. Nel mondo ellenico, ad esempio, l\u2019appartenenza \u00e8 data dall\u2019avere la stessa lingua, la stessa cultura, gli stessi dei, mentre nelle comunit\u00e0 caratterizzate dal primato della religione, come gli ebrei, i cristiani e i musulmani, l\u2019identit\u00e0 e l\u2019appartenenza sono definite proprio dalla religione: \u201cil popolo di Dio\u201d, \u201cla comunit\u00e0 dei credenti (<em>Umma<\/em>)\u201d che riuniscono quanti condividono una stessa fede e la stessa appartenenza. L\u2019 \u201centrata\u201d o l\u2019 \u201cuscita\u201d dalla comunit\u00e0 fideisticamente caratterizzata \u00e8 data dall\u2019adesione\/a o dal distacco\/da una certa fede.<\/p>\n<p>Ogni popolo, ogni comunit\u00e0 organica, non effimera, tracciando le sue coordinate identitarie, segna allo stesso tempo i limiti dell\u2019inclusione o dell\u2019esclusione, che spesso sono definiti come i confini della civilt\u00e0, che tracciano le differenze tra quelli che sono i civilizzati e gli altri, i diversi, i \u201cbarbari\u201d. Tanto nel mondo greco che nel mondo romano con barbaro non si definiva un popolo specifico, ma l\u2019altro, l\u2019alterit\u00e0 nelle sue molteplici manifestazioni e caratterizzazioni. Il barbaro \u00e8 il \u201cnon greco\u201d e il \u201cnon romano\u201d, il diverso, l\u2019altro: con questo termine i greci definiscono tanto i civilissimi persiani ed egiziani, che popolazioni con abitudini di vita pi\u00f9 semplici e rustiche.<\/p>\n<p>Claude L\u00e9vi Strauss ha ribaltato i criteri di valutazione sostenendo che chi pone la dicotomia civilizzati \/ non civilizzati, umani \/ selvaggi, acculturati \/ barbari assume \u201cl\u2019attitudine pi\u00f9 rimarcabile e caratteristica di questi stessi selvaggi\u201d. In altri termini assume una prospettiva propria al selvaggio, che \u00e8 \u201ccolui che non relativizza le evidenze del proprio gruppo di appartenenza, che non pensa in modo decentrato&#8221;. Questa \u201cselvatichezza\u201d data dal non relativizzare il proprio dato identitario, la propria visione della vita, i propri stili comportamentali, che porta ad universalizzare il particolare e ad assolutizzare il relativo, \u00e8 la malattia infantile di ogni popolo e, nello stesso tempo, \u00e8 un percorso dell\u2019esistenza individuale. Non di rado l\u2019uomo rivive nella sua esperienza di vita le difficolt\u00e0 di questo processo che consiste nel prendere le distanze dai propri dati identitari di appartenenza, spesso vissuti come \u201cnaturali\u201d, scontati, immediati, senza alternative.<\/p>\n<p>L\u2019etnocentrismo per\u00f2 non \u00e8 un destino ineluttabile n\u00e9 una condizione necessariamente escludente; il senso di appartenenza e la coscienza della propria identit\u00e0 possono convivere con la conoscenza, la presa d\u2019atto, l\u2019incontro con altre culture, con altri popoli, con il riconoscimento della diversit\u00e0 in quanto valore, piuttosto che non valore; pu\u00f2 convivere con il riconoscimento della complessit\u00e0 e della pluralit\u00e0 riuscendo cos\u00ec a relativizzare non solo la propria condizione ma ogni condizione ed identit\u00e0 indagate.<\/p>\n<p>Nella cultura europea (greca) la capacit\u00e0 di cogliere la peculiarit\u00e0 delle singole culture attraverso la conoscenza di specifici contesti, delle condizioni di sviluppo e delle interrelazioni dei popoli del Mediterraneo e del Vicino Oriente (ma pure di altri contesti pi\u00f9 decentrati, dall\u2019Africa all\u2019India) si combina, a partire dalle guerre persiane con una pi\u00f9 attenta riflessione sulla propria specificit\u00e0, seppure con venature ideologiche legate al conflitto con l\u2019impero persiano.<\/p>\n<p>Se l\u2019etnocentrismo pi\u00f9 o meno accentuato porta sempre con s\u00e9 <em>in nuce<\/em> il pericolo di una deriva razzista \u2013 la propria specificit\u00e0 come superiorit\u00e0 che fonda il diritto al comando \u2013 il razzismo propriamente detto si forma come dottrina con pretese scientifiche a partire dalla seconda met\u00e0 del XVIII secolo e la sua immanente logica discriminatoria trova piena attuazione nella prima parte del XX secolo, prima con le leggi razziali persecutorie poi con l\u2019annientamento fisico dei perseguitati, che portava alle estreme conseguenze le premesse e la logica del razzismo: l\u2019alterit\u00e0 che si identifica con il disvalore va isolata, emarginata, perseguitata, distrutta, cos\u00ec come un <em>virus<\/em> va scovato, separato dal corpo sano, messo nella condizione di non nuocere, distrutto.<\/p>\n<p>In <em>Armenians-Aryans, \u201cThe blood myth\u201d, the race laws of 1938 and the Armenians in Italy<\/em>, NYC, Nova publishers science, 2016.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\"><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\"><\/a><\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle title=&#8221;Cos\u2019\u00e8 e a cosa serve il razzismo?&#8221; _builder_version=&#8221;4.9.2&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; title_font=&#8221;|700|||||||&#8221; title_font_size=&#8221;20px&#8221; custom_margin=&#8221;0px||12px||false|false&#8221; title_font_size_tablet=&#8221;&#8221; title_font_size_phone=&#8221;16px&#8221; title_font_size_last_edited=&#8221;on|phone&#8221;]<\/p>\n<p>Per i razzisti gli uomini si dividono in varie razze che si mostrano attraverso caratteri psico-fisici specifici, visti come i due volti di una stessa identit\u00e0: ne sono la forma, (corpo) e la sostanza (spirito), tra loro speculari. I caratteri fisici sono ritenuti manifestazioni necessarie e conseguenti di una certa anima, di una data psiche che, a sua volta, pu\u00f2 esprimersi e rappresentarsi solo attraverso certe caratteristiche somatiche: il corpo appare specchio dell\u2019anima e viceversa. Un altro elemento che d\u00e0 un senso e una continuit\u00e0, cio\u00e8 un\u2019identit\u00e0 ed una storia alla razza, \u00e8 la convinzione che i caratteri razziali si trasmettano nel tempo da padre in figlio, attraverso le generazioni, processo che d\u00e0 vita al presunto formarsi di una \u201crazza\u201d.<\/p>\n<p>Consideriamo in sintesi le differenti questioni, a partire da quella iniziale: una prima ovvia considerazione \u00e8 che nessun gruppo umano presenta gli stessi caratteri, n\u00e9 per ci\u00f2 che riguarda la psiche, il carattere, lo \u201cstile\u201d o l\u2019anima che dir si voglia<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\"><span><\/span><\/a>, n\u00e9 dal punto di vista fisico. Tutt\u2019al pi\u00f9 abbiamo alcuni caratteri pi\u00f9 ricorrenti di altri nella struttura corporea (altezza, colore della pelle e degli occhi, ecc.) senza considerare che se volessimo definire l\u2019 \u201canima\u201d o la \u201cpsiche\u201d della presunta razza lappone o dell\u2019 altrettanto presunta razza italiana, cadremmo nell\u2019ideologia, cio\u00e8 in costruzioni arbitrarie e discutibili, in teorie del tutto soggettive o in miti \u2013 \u201cidee forza\u201d \u2013, cio\u00e8 costruzioni finalizzate a formare dei modelli di riferimento soggettivi ed emotivamente coinvolgenti, capaci di ergersi a modello e di motivare l\u2019azione, rientrando, appunto, nella categoria del pensiero mitico e\/o ideologico.<\/p>\n<p>Attraverso le analisi degli stessi razzisti si pu\u00f2 negare l\u2019altro assunto comunemente accettato, della corrispondenza tra corpo e psiche. In realt\u00e0 l\u2019idea di razza serv\u00ec all\u2019inizio, nel XVIII\u00b0 secolo, a classificare elementi del mondo fisico e naturale come le piante e gli animali. Solo nel corso del XIX\u00b0 secolo tali criteri furono usati in modo improprio per definire le caratteristiche delle presunte razze umane, a partire da aspetti fisici come il colore della pelle, la misura del cranio, il colore dei capelli e persino le singole componenti del viso, come il naso, le labbra, le sopracciglia.<\/p>\n<p>Si stabil\u00ec un indebito ed indissolubile legame tra tratti fisici ed elementi come la psiche e il carattere, per giunta universalizzandoli, come se fossero patrimonio di un continente, parlando ad esempio di africani e di asiatici, di razza bianca e razza nera, ecc.<\/p>\n<p>Per i razzisti, per\u00f2, il dato principale, quello che avrebbe definito ogni presunta razza, non era di ordine spirituale, culturale, cio\u00e8 quello pi\u00f9 propriamente umano, ma di tipo fisico e si faceva derivare il dato culturale (lo stile di vita) da quello biologico (la corporeit\u00e0), in una logica di tipo deterministico. Pseudo-scienziati cultori di pseudo-scienze come la fisiognomica e la frenologia, sostenevano di poter definire il carattere, la psiche, gli ideali o le miserie di un individuo dai tratti del volto o dalla misura del cranio, distinguendo il cranio dolicocefalo (allungato) o brachicefalo (corto). Si elaboravano pure varianti altrettanto arbitrarie, come l\u2019angolo facciale ideato da Peter Camper, per cui le differenze di angolo (pi\u00f9 o meno retto, pi\u00f9 o meno acuto) misurato dalla retta fatta partire dalle labbra e tirata fino alla fronte, avrebbe svelato i misteri dell\u2019animo umano: un bel cranio dolicocefalo di un uomo bianco, con capelli biondi ed occhi azzurri, di per s\u00e9 poteva essere assunto come indice di appartenenza ad una buona razza. Il dato presentato come un\u2019evidente prova dell\u2019esistenza delle razze, sarebbe stato quello che postulava l\u2019esistenza di tre razze: la bianca, la nera, la gialla. Anche questa classificazione, per\u00f2, non rispecchia la realt\u00e0, non solo perch\u00e9 gli Orientali \u2013 in particolare i cinesi ed i giapponesi \u2013 non sono gialli ma hanno la pelle bianca, ma pure perch\u00e9 esistono notevoli varianti e sfumature di uomo bianco e di africano, senza considerare popoli come gli indios e i nativi d\u2019 America che non possono ricondursi a nessuna delle tre \u201crazze\u201d ricordate. In ultima istanza, per\u00f2, la sola \u201crazza\u201d riconosciuta per tale, nel senso del valore, \u00e8 stata la razza bianca mentre la razza \u201cgialla\u201d e quella nera in particolare, sono state sempre considerate due razze subalterne.<\/p>\n<p>Questo spiega anche perch\u00e9 il razzismo, almeno nelle sue forme iniziali e non del tutto dichiarate, si sviluppi sul piano storico per tentare di dare una giustificazione del colonialismo e della tratta degli schiavi, della riduzione di uomini che vivevano liberi nei loro atavici territori a coloni sfruttati e dominati, o addirittura ad esseri umani spodestati dei diritti sulla loro vita e sul loro destino, strappati dalle loro terre e schiavizzati.<\/p>\n<p>Questo problema si pone in et\u00e0 moderna all\u2019inizio del XVI\u00b0 secolo nelle <em>disputaziones<\/em>, cio\u00e8 sulle discussioni che si ebbero tra i colonizzatori spagnoli sulla sorte da riservare agli indios, a partire dalla definizione della loro natura e del valore delle loro persone. Sar\u00e0 necessaria nel 1537 un\u2019enciclica di papa Paolo III, la massima autorit\u00e0 della cristianit\u00e0, la<em> Sublimis Deus<\/em>, per ribadire in modo perentorio che gli autoctoni del Sud America erano \u201cveri homines\u201d (veri uomini).<\/p>\n<p>Una delle madri del razzismo fu la tratta degli esseri umani, ridotti in schiavit\u00f9 e trasportati dall\u2019Africa per soddisfare le richieste di manodopera servile, una \u201cmerce\u201d acquisita a costo zero perch\u00e9 razziata nei territori d\u2019origine, nel cuore dell\u2019Africa. Il tentativo di giustificare questa ignobile pratica produsse elaborazioni razziste, cercando di spiegare lo sfruttamento di milioni di uomini e donne con l\u2019argomento che in fin dei conti non erano esseri umani in senso pieno, ma schiavi: non per accidente ma per natura, riprendendo una famosa e contraddittoria tesi aristotelica.<\/p>\n<p>In altri termini, e siamo quindi nel cuore della questione razziale, ogni teoria, ogni dottrina, ogni mito della razza cela e rinvia ad un tentativo di giustificare il dominio di un popolo su altri popoli, a partire dall\u2019assunto che esistono razze diverse, che rispecchiano un ordine gerarchico di tipo valoriale il quale si esprime su molteplici livelli \u2013 dalla potenza all\u2019estetica \u2013 e che legittima il governo dei migliori sui meno dotati, che sarebbero pure i meno civili, i meno \u201cbelli\u201d, i meno capaci.<\/p>\n<p>Il cuore, il nucleo duro di ogni teoria razzista \u00e8 proprio questo: esistono razze diverse ordinate gerarchicamente, quelle che pi\u00f9 rappresentano e incarnano l\u2019ideale di uomo \u00ad-per i tratti fisici e la cultura- hanno un naturale diritto di ordinare il mondo secondo i loro superiori valori, la loro superiore cultura, la loro capacit\u00e0 operativa, amministrativa, tecnologica e, <em>last but not least<\/em>, \u201cmilitare\u201d e distruttiva.<\/p>\n<p>A partire da questi presupposti si legittima, o almeno si pretende farlo, il dominio di uno o pi\u00f9 popoli su altre genti, il colonialismo, la schiavit\u00f9, la segregazione razziale.<\/p>\n<p>Se considerassimo il razzismo, al di fuori della logica di potenza e di dominio ad esso connessa, avremmo dello stesso una visione del tutto fuorviante che non ci sarebbe di nessun aiuto a comprendere il fenomeno storico che ha caratterizzato con esiti drammatici la politica dell\u2019Europa nel XIX\u00b0 e XX\u00b0 secolo ed in particolare quella forma di razzismo che \u00e8 l\u2019antisemitismo, fenomeno che ha prodotto nel cuore della civilissima Europa diversi milioni di morti nel volgere di pochi anni.<\/p>\n<p>In <em>Armenians-Aryans, \u201cThe blood myth\u201d, the race laws of 1938 and the Armenians in Italy<\/em>, NYC, Nova publishers science, 2016.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a><\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle title=&#8221;Classicit\u00e0 purpurea: i Fenici alle origini della civilt\u00e0 europea&#8221; _builder_version=&#8221;4.9.2&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; title_font=&#8221;|700|||||||&#8221; title_font_size=&#8221;20px&#8221; custom_margin=&#8221;0px||12px||false|false&#8221; title_font_size_tablet=&#8221;&#8221; title_font_size_phone=&#8221;16px&#8221; title_font_size_last_edited=&#8221;on|phone&#8221;]<\/p>\n<p>Il mondo classico, se con questo termine intendiamo il mondo della cultura, della ricerca, delle arti, dell\u2019esplorazione, della scienza e di tutto ci\u00f2 che comunemente poniamo alla base della civilt\u00e0, non si pu\u00f2 esaurire nel solo Occidente. Non solo perch\u00e9 alcune realt\u00e0 come la Grecia, con le quali spesso \u00e8 stato identificato, sono state la sintesi di culture diverse, ma anche perch\u00e9 i contributi di civilt\u00e0 spesso fondamentali in ambiti diversi sono stati pi\u00f9 volte ignorati e rimossi nella storia della cultura europea. In altri termini, \u201cil \u2018mondo classico\u2019, ancora oggi celebrato come la fonte di gran parte della civilt\u00e0 occidentale, non fu mai una realizzazione esclusivamente greco-romana, ma \u00e8 il risultato di una serie ben pi\u00f9 complessa di rapporti tra molti popoli e culture differenti\u201d.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-252 alignnone size-full\" src=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/colonne-del-Tempio-Fenicio-di-Baalbek.jpg\" alt=\"\" width=\"1000\" height=\"667\" srcset=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/colonne-del-Tempio-Fenicio-di-Baalbek.jpg 1000w, https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/colonne-del-Tempio-Fenicio-di-Baalbek-980x654.jpg 980w, https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/colonne-del-Tempio-Fenicio-di-Baalbek-480x320.jpg 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1000px, 100vw\" \/><br \/><strong>Phoenician temple of Baalbek<\/strong><\/p>\n<p>Un caso paradigmatico fu quello dei Fenici un popolo che per quasi 1000 anni fu uno dei protagonisti, in ambiti diversi, della storia del Mediterraneo. Grandi navigatori, commercianti, esploratori, inventori e colonizzatori ebbero il mare come elemento unificante della loro vita e della loro storia. La loro terra d\u2019origine, la Fenicia, corrisponde in gran parte all\u2019attuale Libano e ad una piccola parte della Siria (dal Golfo di Alessandretta alla striscia di Gaza), dove in modo simile al modello greco, esisteva una struttura politica formata da \u201ccitt\u00e0 stato\u201d libere ed auto-governate, legate fra di loro da vincoli religiosi ed accordi federativi.<\/p>\n<p>Le citt\u00e0 pi\u00f9 famose furono Tiro, Sidone Tripoli e Biblo: promossero il movimento di colonizzazione che interess\u00f2 buona parte del Mediterraneo, la costa occidentale dell\u2019Africa fino a Gibilterra, ma pure la costa della Spagna meridionale e grandi isole come Cipro, la Sicilia e la Sardegna occidentali. I Fenici furono anche colonizzatori delle coste atlantiche del Marocco e della Spagna, soprattutto grazie all\u2019espansionismo cartaginese.<\/p>\n<p>La prima colonia di Tiro secondo la tradizione \u00e8 Cadice, la Gadir fenicio-cartaginese, la Gades dei Romani. Questa colonia sul mare, come tutte le colonie dei Fenici, risale secondo la tradizione al XII secolo: a Gadir si celebrano i preparativi per la campagna in Italia di Annibale, a Gadir, l\u2019estremo occidente fenicio e del mondo si concentr\u00f2 l\u2019ultima resistenza dei Cartaginesi in Spagna.<\/p>\n<p>La pi\u00f9 celebre colonia dell\u2019Occidente fenicio fu la \u201cCitt\u00e0 Nuova\u201d, <em>Qart Hadasht<\/em>, signora dei mari come la citt\u00e0 madre Tiro, di cui Ezechiele dice: \u201cin mezzo ai mari \u00e8 il tuo dominio\u201d. Cartagine che alla vigilia della terza guerra punica Polibio (XVIII,35,9) definisce \u201cla pi\u00f9 ricca del mondo\u201d e che Appiano colloca tra le potenze mondiali al secondo o terzo posto dopo Roma, \u00e8 la sola colonia fenicia di cui ci \u00e8 stato tramandato il mito di fondazione attraverso il poema di Virgilio, l\u2019Eneide.<\/p>\n<p>Come nel contesto coloniale greco, a sua volta Cartagine promosse la fondazione di altre colonie e dopo la caduta di Tiro nel 573 a.C. divenne il punto di riferimento e la protettrice dell\u2019emisfero fenicio mediterraneo.<\/p>\n<p>Pressoch\u00e9 tutti gli studiosi dei fenici, concordano nell\u2019attestare la mancanza di un\u2019auto documentazione da parte dei Fenici della loro storia. Le notizie che sappiamo sui Fenici ci vengono dai loro <em>competitors<\/em>: ebrei, greci e romani e spesso tali notizie sono legate a momenti di contrasto in ambito economico e militare.<\/p>\n<p>Omero ci presenta i Fenici come commercianti e pirati e i Fenici rappresentarono i pi\u00f9 attivi concorrenti dei greci nel commercio mediterraneo, come pure marinai ed ufficiali fenici costituirono la spina dorsale della flotta imperiale persiana che si scontr\u00f2 con i greci a Capo Artemisio, a Salamina e all\u2019Eurimedonte.<\/p>\n<p>L\u2019attivit\u00e0 alla quale si ricollegano molte delle caratteristiche specifiche dei Fenici \u00e8 il commercio. Secondo Plinio (<em>Naturalis Historia<\/em>, VII, 199) furono i cartaginesi ad inventare il commercio, ma le attivit\u00e0 commerciali dei Fenici nel Mediterraneo e sulle coste atlantiche risalgono ad alcuni secoli prima della fondazione di Cartagine, che le fonti antiche fanno coeva di Roma o di poco pi\u00f9 antica.<\/p>\n<p>Lo stesso nome che diedero ai Fenici, si riferisce ad un\u2019attivit\u00e0 di produzione e commercializzazione di abiti e stoffe di porpora, una merce rara, preziosa, ricercata e presente presso le corti e le societ\u00e0 aristocratiche del Mediterraneo. I Fenici, appunto i \u201cPurpurei\u201d, quelli che producono e commercializzano manufatti in porpora, un colore rosso tratto da un pigmento di origine organica che deriva da un mollusco appartenente alla famiglia dei muricidi.<\/p>\n<p>I Fenici furono gli antesignani della libera intrapresa commerciale e gi\u00e0 ai tempi di Omero i mercati-navigatori Fenici agivano in piena autonomia facendo riferimento ad una serie di contatti, mercati e colonie molti dei quali da loro stessi costruiti, in uno spazio geografico che andava dall\u2019Anatolia all\u2019Atlantico e che attraversava tutto il Mediterraneo.<\/p>\n<p>I Fenici trasportavano e commerciavano merci di loro produzione e quelle che trovavano negli empori che frequentavano, dalle isole del Nord Europa ricche di metalli come lo stagno il rame e l\u2019argento alla costa atlantica dell\u2019Africa da dove traevano avorio, oro, animali esotici.<\/p>\n<p>Ma erano assai pochi i prodotti che i Fenici non acquisivano, trasportavano, vendevano e scambiavano: dal vetro al vino, dal vasellame all\u2019olio e in modo particolare sale e tonno. Si \u00e8 parlato, per la sola Sardegna, oltre che del ricco commercio dei cereali anche della \u201cVia dei metalli\u201d, della \u201cVia del sale\u201d e di quella del tonno, in considerazione del fatto che molte tonnare erano collegate ad insediamenti Fenici.<\/p>\n<p>Da una serie di relitti di navi fenicie, molti dei quali prossimi alle coste italiane, sono stati rinvenuti carichi \u201cmisti\u201d, di materiali &#8211; soprattutto anfore e ceramiche &#8211; dalle pi\u00f9 diverse provenienze, in particolare greca ed etrusca.<\/p>\n<p>L\u2019elemento naturale dei Fenici era il mare, di loro si potrebbe dire quello che Appiano riporta a proposito dei Cartaginesi, definiti <em>thalassobiotoi<\/em>, \u201ccoloro che vivono sul mare\u201d. Le vere abitazioni dei Fenici sono le navi, da quelle lunghe poco pi\u00f9 di dieci metri, fino alle triremi, e a quelle in grado di trasportare centinaia di tonnellate di merci. Con le navi i Fenici navigavano, esploravano, commerciavano e combattevano. Ognuna di queste attivit\u00e0 rinviava ad una straordinaria padronanza di quella che i Greci chiamavano la <em>techne nautike<\/em>, la tecnica nautica o arte della navigazione. Lo stesso combattimento in mare, fra triremi, si effettuava essenzialmente attraverso due manovre: di penetrazione (<em>diekplous<\/em>) e aggiramento (<em>periplous<\/em>) delle navi nemiche, manovre che richiedevano un perfetto addestramento dei rematori e dei marinai e che erano finalizzate e speronare con il rostro e a far colare a picco la nave nemica .<\/p>\n<p>La trireme era di fatto un siluro di superficie che arrivava a velocit\u00e0 sostenuta sul fianco della nave nemica, la speronava e l\u2019affondava. L\u2019arma letale era la trireme stessa, la sua velocit\u00e0, la sua forza d\u2019urto e di penetrazione garantite dall\u2019abilit\u00e0 dei rematori e dei marinai.<\/p>\n<p>Non pochi studiosi ritengono che i Fenici siano stati i primi costruttori delle triremi, anche se Tucidide sostiene che i primi in Grecia a costruire una trireme siano stati i Corinzi.<\/p>\n<p>\u00c8 comunque un fatto accertato che le navi fenicie e puniche furono un modello di ingegneria nautica, al punto che (come racconta Polibio, I,20,59, in alcuni passi\u00a0 riferiti a due celebri episodi della prima guerra punica) quando i Romani riuscirono a catturare due cinqueremi cartaginesi, le usarono poi come modello di riferimento per costruire la propria flotta. Appiano riporta un episodio della terza guerra punica di cui non riesce a dare una convincente spiegazione. Si tratta della improvvisa sortita di una flottiglia di 50 navi in assetto di guerra dal porto militare di Cartagine. Una squadra che agli stessi romani sembr\u00f2 essersi materializzata dal nulla, visto che fino a qualche settimana prima gli arsenali militari erano quasi vuoti, poich\u00e9 il trattato del 201 a.C. aveva limitato a 10 navi da guerra la consistenza della flotta militare cartaginese. La spiegazione di questo episodio, che ha evidenti riscontri in reperti archeologici, \u00e8 legata alla capacit\u00e0 dei cartaginesi di predisporre delle navi da guerra prefabbricate, che poi venivano rapidamente assemblate e messe in grado di navigare.<\/p>\n<p>L\u2019abilit\u00e0 nella navigazione dei Fenici non dipese solo dall\u2019eccellenza delle navi che furono in grado di allestire, ma essenzialmente dalla perizia con la quale seppero condurle nei mari del mondo allora conosciuto. \u201cI Fenici per primi usarono l\u2019osservazione delle stelle nella navigazione\u201d, osserva Plinio e Strabone (XVI, 23) riferisce ammirato dell\u2019abilit\u00e0 dei naviganti Fenici, in particolare i marinai di Sidone che, a suo dire, combinarono la pratica della navigazione notturna allo studio dell\u2019astronomia e dei calcoli matematici. Le principali stelle di riferimento erano l\u2019Orsa Maggiore e l\u2019Orsa Minore, stelle che quasi mai si \u201cbagnano nell\u2019Oceano\u201d, come leggiamo in Omero e in Virgilio, che cio\u00e8 rimanevano visibili da ogni latitudine. In particolare, per i Fenici, <em>Fidissima Nautis<\/em>, guida affidabilissima era l\u2019Orsa Minore, come ricorda Silio Italico, al punto che questa stella era chiamata anche <em>Phoinike<\/em>, \u201cstella fenicia\u201d.<\/p>\n<p>La conoscenza dell\u2019elemento marino, l\u2019abilit\u00e0 di costruttori nautici, la perizia nella navigazione grazie all\u2019ausilio dei calcoli matematici e dell\u2019astronomia che rendeva possibile la navigazione notturna e l\u2019utilizzo di rotte non praticate da altri, permise ai Fenici una serie di performance straordinarie, come il periplo dell\u2019Africa, di cui Erodoto ci ha lasciato un affascinante resoconto, e la navigazione nei freddi mari del Nord Europa, praticamente sconosciuti a marinari come i Greci e gli Etruschi. Delle imprese dei marinari Fenici agli ordini del Faraone Neco II (609-504 a.C.), come di quella di Imilcone e Annone ci \u00e8 rimasta una significativa documentazione.<\/p>\n<p>Non si tratta solo di un sapere \u201cpratico\u201d, di conoscenze tratte da una secolare esperienza; Strabone ricorda che i Greci appresero dai Fenici l\u2019astronomia e la matematica che questi ultimi svilupparono e applicarono nei loro viaggi ed in particolare nella navigazione notturna, stabilendo un nesso tra osservazione, ricerca, applicazione e verifica dei risultati per poi riconsiderare lo stesso dato teorico, secondo una procedura che sta alla base della ricerca moderna.<\/p>\n<p>\u00c8 stato giustamente sostenuto che \u201cnulla fermava i Fenici\u201d, n\u00e9 le distanze spesso estreme, n\u00e9 le condizioni del mare, n\u00e9 l\u2019ostilit\u00e0 delle popolazioni che incontravano. Imilcone fu il primo ammiraglio di cui abbiamo notizia a fare una ricognizione sulle coste atlantiche dell\u2019Europa, probabilmente su incarico del Senato cartaginese, per stabilire rotte commerciali con le isole Cassiteridi, a Sud dell\u2019Inghilterra, in regioni ricche di metalli.<\/p>\n<p>I Fenici non furono degli inventori e degli innovatori solo nell\u2019ambito della navigazione e del commercio; autori greci come Erodoto (V, 85), Diodoro Siculo (V, 74, 1) e Plinio nella <em>Storia Naturale <\/em>(V, 13, 67) riconoscono che l\u2019alfabeto fu un\u2019invenzione dei Fenici, invenzione che rivoluzion\u00f2 la storia dell\u2019umanit\u00e0, nel contesto mediterraneo e nel mondo perch\u00e9 permise il passaggio dalla scrittura cuneiforme composta di circa 600 segni, riservata ad un\u2019\u00e9lite che l\u2019apprendeva attraverso un lungo e complesso insegnamento, ad una scrittura di 22 consonanti di facile comprensione: \u201cfu una invenzione che permise a uno strato vastissimo della popolazione l\u2019accesso alla scrittura, quindi alla conoscenza e consent\u00ec a pi\u00f9 testimoni di scrivere la storia\u201d.<\/p>\n<p>Secoli dopo la scrittura si combin\u00f2 con la carta, un\u2019invenzione di origine cinese poi rielaborata dagli arabi. La rappresentazione semplificata della conoscenza, resa accessibile a tutti attraverso l\u2019alfabeto, avr\u00e0 uno strumento di conservazione formidabile, la carta, che \u00e8 allo stesso tempo uno straordinario elemento di diffusione dei risultati del sapere umano.<\/p>\n<p>La rappresentazione, la conservazione e la diffusione della lingua, cio\u00e8 della conoscenza e della riflessione umana, sono le precondizioni essenziali perch\u00e9 una cultura e una civilt\u00e0 possano svilupparsi, avere coscienza e memoria di s\u00e9. La storia mostra che tali precondizioni sono state rese possibili da tre popoli considerati dal comune sentire anti-occidentali per eccellenza: Fenici, Cinesi e Arabi.<\/p>\n<p>Se i Fenici possono considerarsi gli artefici di una civilt\u00e0 del mare e per altri versi della parola scritta, possono considerarsi anche, almeno nella versione punica, una civilt\u00e0 della terra.<\/p>\n<p>Catone il Censore per rappresentare ai membri del Senato romano la pericolosit\u00e0 di Cartagine, seppure gi\u00e0 vinta per due volte, port\u00f2 nel Senato un cesto di fichi e fece osservare ai senatori che quei fichi erano stati raccolti a Cartagine tre giorni prima. Il significato di questo aneddoto \u00e8 chiaro: Cartagine era vicina, Cartagine era prospera, Cartagine era pericolosa. Il Senato romano cap\u00ec il messaggio e, servendosi di un pretesto, avvi\u00f2 la terza guerra contro Cartagine, che si concluse con la sua distruzione. Dopo la prima guerra punica e la perdita della Sicilia occidentale, a cui segu\u00ec di l\u00ec a poco la perdita della Sardegna, in seguito ad un colpo di mano dei Romani, che con un pretesto si impadronirono dell\u2019isola, Cartagine si ricostru\u00ec nella Spagna meridionale un entroterra funzionale ai suoi interessi economici e commerciali. In questo contesto nacque il pretesto per scatenare il secondo conflitto fra Roma e Cartagine. La guerra si concluse con la battaglia di Zama e il ridimensionamento territoriale e strategico di Cartagine, che port\u00f2 alla perdita di tutte le colonie puniche nel Mediterraneo e sulle coste atlantiche e a poter contare solo sull\u2019entroterra africano. Ancora una volta Cartagine seppe ridefinire il suo sviluppo economico, incrementando l\u2019agricoltura nel territorio africano, ottenendo dei risultati per pi\u00f9 versi straordinari. Diodoro Siculo ci ha lasciato una suggestiva descrizione delle ampie distese coltivate intorno a Cartagine, pi\u00f9 simili a giardini che a campi, ed il Senato Romano fu talmente colpito dall\u2019agricoltura cartaginese da far tradurre in latino i 28 volumi dell\u2019opera di Magone sull\u2019agronomia.<\/p>\n<p>Voci autorevoli nel mondo greco e latino riconobbero i valori dei Fenici d\u2019Oriente e d\u2019Occidente. Aristotele considera il sistema politico cartaginese simile a quello di Sparta e Cicerone attribuisce il predominio cartaginese durato 600 anni ai principi politici a cui la citt\u00e0 si attenne.<\/p>\n<p>Il contributo dei Fenici non si limit\u00f2 alla tecnica nautica, alle invenzioni, alle esplorazioni o all\u2019organizzazione del commercio su scala trans-mediterranea ed intercontinentale, ma invest\u00ec un campo, quello del diritto, nel quale i Greci e i Romani si erano sempre considerati i depositari. Scrive Micheal Sommer: \u201cLa parola greca <em>poinikazein<\/em> (\u2018feniciare\u2019) \u00e8 documentata sul piano epigrafico. Il termine significa all\u2019incirca \u2018elaborare uno statuto giuridico\u2019, mentre era detto <em>poinikistas<\/em> un esperto che si occupasse per incarico pubblico della stesura scritta della legge. Se una lingua \u00e8 degna di fede, alle origini della <em>polis<\/em> e della loro tradizione giuridica stavano i Fenici\u201d.<\/p>\n<p>La millenaria storia dei Fenici mostra tra l\u2019altro quanto poco utile sia la categoria di \u201cOccidente\u201d per spiegare le vicende storiche nel contesto antico come in quello contemporaneo. I Fenici furono presenti in tutto il Mediterraneo e se la loro terra d\u2019origine si trova ad Oriente, furono i soli a colonizzare le coste atlantiche della Spagna e dell\u2019Africa settentrionale e la stessa campagna militare di Annibale contro Roma fu presentata, da parte romana, come quella di un nemico che veniva \u201cdalle ultime spiagge del mondo, dallo stretto dell\u2019oceano e dalle colonne d\u2019Ercole\u201d. Invece, da parte punica, come l\u2019impresa di un condottiero che veniva dall\u2019Occidente \u201ca cancellare il nome di Roma e liberare il mondo\u201d.<\/p>\n<p>Anche grazie alle osservazioni sin qui fatte, possiamo concordare con Micheal Sommer che \u201cL\u2019ottica classicistica nei confronti dell\u2019antica civilt\u00e0 mediterranea appare scientificamente superata e si espone per giunta al sospetto di eurocentrismo\u201d sia perch\u00e9 il mondo Greco e Romano furono fortemente influenzati da altri contesti culturali, sia grazie al ruolo autonomo e condizionante di realt\u00e0 come quella rappresentata dai Fenici, che per secoli giocarono un ruolo da protagonisti in ambiti come la navigazione, l\u2019esplorazione, l\u2019astronomia, il commercio ecc. dando un notevole contributo allo sviluppo di queste discipline. Allo stesso tempo appare inadeguato \u201cil paradigma di un mondo Mediterraneo diviso da Oriente a Occidente\u201d, anche grazie a realt\u00e0 come quella appena descritta: \u201cProprio i Fenici dimostrano che \u00e8 tempo di sostituire a tale paradigma nuovi modelli concettuali pi\u00f9 fortemente orientati sull\u2019intreccio multipolare di rapporti e sui singoli attori\u201d.<\/p>\n<p>Tratto da <em>The Myth of western civilization. The west as an ideological category and political myth,<\/em> NYC Nova publishers science, 2021.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle title=&#8221;Le molte religioni cristiane dell\u2019Occidente &#8221; _builder_version=&#8221;4.9.2&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; title_font=&#8221;|700|||||||&#8221; title_font_size=&#8221;20px&#8221; custom_margin=&#8221;0px||12px||false|false&#8221; title_font_size_tablet=&#8221;&#8221; title_font_size_phone=&#8221;16px&#8221; title_font_size_last_edited=&#8221;on|phone&#8221;]<\/p>\n<p>\u2026.a partire dall\u2019Editto di Costantino che legittima il Cristianesimo come \u201creligio licita\u201d, cio\u00e8 come religione riconosciuta ed ammessa nell\u2019Impero, a cui segue con Teodosio l\u2019elezione del Cristianesimo a religione dell\u2019Impero, il Cristianesimo assunse il ruolo di religione dell\u2019Europa e l\u2019Europa di continente cristiano per eccellenza. La stessa storia, prima dell\u2019Europa e poi &#8211; grazie al suo primato politico, militare ed economico &#8211; del mondo viene fatta iniziare e coincidere con la storia del Cristianesimo: la nascita di Cristo segna una cesura drammatica nel corso del tempo, stabilendo un prima e un dopo, un <em>ante <\/em>e un <em>post<\/em> <em>Christum<\/em>.\u00a0 Del resto, la cronologia universalmente riconosciuta \u00e8 quella stabilita sulla base della nascita di Cristo.\u00a0 Oggi ci troviamo nel XXI Secolo, in riferimento all\u2019evento che ha dato un nuovo senso al tempo, la nascita di Ges\u00f9 Cristo.<\/p>\n<p>Il Cristianesimo nel volgere di qualche secolo diventa non solo la religione, ma la cultura dell\u2019Europa, influenza e condiziona tutti gli ambiti della vita, tanto pubblica che privata, e la storia dell\u2019Europa diviene quella dei suoi \u201csecoli cristiani\u201d.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 l\u2019identificazione fra Europa o tra quella che \u00e8 stata definita l\u2019Euro-America, cio\u00e8 l\u2019occidente liberal-democratico ed il Cristianesimo, \u00e8 assai problematica, seppure Europa e Stati Uniti siano, almeno formalmente, due continenti cristiani. In realt\u00e0 sarebbe pi\u00f9 corretto dire che nell\u2019Europa, negli Usa ed in altre realt\u00e0 occidentali come il Canada e l\u2019Australia, nel corso del tempo si sono affermate varie forme di Cristianesimo che hanno spesso convissuto in modo conflittuale, giungendo a combattersi violentemente, fino alla reciproca scomunica.<\/p>\n<p>I contrasti all\u2019interno della comunit\u00e0 dei seguaci di Ges\u00f9 Cristo sono nati all\u2019indomani della morte del Maestro ed hanno riguardato molteplici aspetti: dalla scelta degli interlocutori a cui indirizzare la \u201cbuona novella\u201d cristiana, alla dottrina, cio\u00e8 agli elementi su cui fondare la fede, ai riti liturgici, all\u2019organizzazione della comunit\u00e0 dei credenti ed alle gerarchie da stabilire al suo interno, che avrebbero condizionato ed orientato anche dottrina e disciplina del \u201cpopolo di Dio\u201d e delle sue guide, cio\u00e8 del clero nei suoi vari ordini e gradi.<\/p>\n<p>Nel <em>Rijksmuseum<\/em> di Amsterdam c\u2019\u00e8 una stampa risalente al 1560 e che rappresenta l\u2019\u201dalbero delle eresie\u201d. Vi \u00e8 riprodotto un albero che affonda le sue radici nel corpo di Satana e che ha sui rami, come fossero frutti, pi\u00f9 di centoventi iscrizioni che rinviano ad altrettante eresie.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-266 alignnone size-full\" src=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/albero-delle-eresie.png\" alt=\"\" width=\"718\" height=\"868\" srcset=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/albero-delle-eresie.png 718w, https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/albero-delle-eresie-480x580.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 718px, 100vw\" \/><\/strong><\/p>\n<p><strong>Albero delle eresie, Rijk Museum, Amsterdam<\/strong><\/p>\n<p>Alla base della stampa, sui due lati, sono riportate due passi di Ireneo e Agostino di Ippona contro Simon Mago, ritenuto il proto-eretico per eccellenza e il capostipite di tutti gli eretici.<\/p>\n<p>Ai vertici dell\u2019albero, sull\u2019ultimo ramo di destra \u00e8 rappresentato il volto di un uomo con un turbante turco e con la scritta \u201cMaomettanismo nell\u2019Oriente e nel Meridione\u201d, mentre sull\u2019ultimo ramo di sinistra c\u2019\u00e8 l\u2019effige di un uomo con una tiara, con la scritta \u201cPapismo in Occidente e Settentrione\u201d.<\/p>\n<p>Non desta meraviglia che l\u2019Olanda calvinista, in conflitto con Filippo II di Spagna campione del cattolicesimo pi\u00f9 intransigente, fosse ostile al papa di Roma, guida di tutti i cattolici. Pu\u00f2 sorprendere forse il fatto che il papa di Roma venga posto sullo stesso piano di Muhammad, il profeta dell\u2019Islam e che quest\u2019ultimo venga rappresentato come un eretico.<\/p>\n<p>Se cos\u00ec fosse, l\u2019Islam dovrebbe essere visto come un\u2019eresia cristiana, secondo un\u2019opinione diffusa in Europa per tutto il medioevo ed oltre. Di conseguenza, se volessimo considerare il Cristianesimo, nelle sue varie articolazioni e correnti dottrinarie, ortodosse ed eterodosse, come la religione dell\u2019Occidente, dovremmo farvi rientrare anche l\u2019Islam. Persino la prospettiva dello \u201cscontro di civilt\u00e0\u201d, come la presenta Samuel Huntington, tra Cristianesimo ed Islam, verrebbe a ridefinirsi come uno scontro interno al Cristianesimo, come cercher\u00f2 di evidenziare pi\u00f9 avanti.<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, una seppur breve riconsiderazione del significato che eretico ed eresia assumeranno nel primo Cristianesimo, attraverso approcci ermeneutici e valutativi poi adottati fino alla modernit\u00e0, ci permetter\u00e0 di evidenziare come la connessione tra Occidente e Cristianesimo appaia assai problematica, poco pi\u00f9 di un\u2019ardita esemplificazione.<\/p>\n<p>La stessa nozione di Cristianesimo, su piani diversi, appare assai problematica, al punto che in materia teologica, dottrinaria, liturgica ed ecclesiale sarebbe pi\u00f9 esatto parlare di molteplici fenomeni di quella che definiamo religione cristiana. Si tratta di manifestazioni che nel corso di due millenni si sono spesso considerate alternative ed incompatibili. Per tali motivi sarebbe pi\u00f9 corretto parlare del Cristianesimo come un movimento articolato e differenziato, da declinare al plurale e non al singolare: \u201dCristianesimi\u201d e non \u201cCristianesimo\u201d.<\/p>\n<p>Queste mie considerazioni potrebbero generare una replica, da una prospettiva cristiana tradizionale ed ortodossa, di questo tipo: \u201cIl cristiano, ogni cristiano, si riconosce in Ges\u00f9 Cristo, nella sua missione salvifica, nel suo insegnamento raccolto nei quattro vangeli canonici e nella missione degli apostoli\u201d.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 le prime importanti e drammatiche dispute, che coinvolsero la comunit\u00e0 cristiana nei primi secoli della sua vita e che portarono al concilio di Nicea del 325, riguardarono il problema cristologico per eccellenza, quello della natura di Ges\u00f9 Cristo, a partire dalla definizione dei suoi rapporti con il \u201cPadre\u201d, con Dio.<\/p>\n<p>Il concilio di Nicea, primo concilio ecumenico della cristianit\u00e0, che vide la presenza di circa 300 vescovi provenienti soprattutto dalle regioni orientali, si tenne nel palazzo imperiale, alla presenza dell\u2019imperatore Costantino, che lo promosse e ne influenz\u00f2 gli esiti dottrinali esprimendosi a favore della tesi della consustanzialit\u00e0 tra Padre e Figlio, a differenzia dei seguaci di Ario i quali credevano che Padre e Figlio fossero due distinti esseri.<\/p>\n<p>Il concilio di Nicea ribad\u00ec \u201cche il Figlio non solo \u00e8 \u2018simile\u2019 (<em>h<\/em><em>\u00f3moios<\/em>), ma identico (<em>taut<\/em><em>\u00f3n<\/em>)\u201d al Padre e tale tesi ebbe l\u2019avallo e la ratifica dello stesso Costantino, \u201ccos\u00ec che non fosse lecito ai governatori delle provincie esimersi dall\u2019attenersi alle deliberazioni prese\u201d.<\/p>\n<p>Nella <em>Vita di Costantino<\/em> di Eusebio, vescovo di Cesarea\u00a0 vicino alle dottrine ariane, leggiamo che Costantino consider\u00f2\u00a0 le decisioni conciliari come espressioni della volont\u00e0 divina (III,XX) e consider\u00f2 l\u2019eresia come una forma \u201c di rivolta e di insubordinazione\u201d (III, LX), proib\u00ec le riunioni degli eretici, anche privatamente, e sequestr\u00f2 le loro sedi (III, LXV), vietando anche la diffusione dei libri degli eretici e \u201cquelli che continuavano a seguire le pratiche perverse che erano state proibite venivano arrestati\u201d (III, LXV-LXVI). Le decisioni del concilio venivano influenzate e sanzionate dall\u2019autorit\u00e0 dell\u2019imperatore e la pena ecclesiastica della scomunica, cio\u00e8 dell\u2019allontanamento dei dissenzienti, poteva portare all\u2019esilio dello scomunicato da parte dello Stato e, nel caso in cui lo scomunicato fosse stato un vescovo, alla perdita del seggio vescovile.<\/p>\n<p>Queste pesanti ripercussioni fecero si che nel Concilio di Nicea gli oppositori alla tesi dell\u2019 identit\u00e0 di sostanza tra Padre e Figlio, fatta propria da Costantino, si ridussero a due soli vescovi.<\/p>\n<p>La retta dottrina, pertanto, dal concilio di Nicea in poi, sar\u00e0 considerata non solo la dottrina pi\u00f9 diffusa, quella condivisa dalla parte maggioritaria del clero, e non a caso la chiesa cattolica romana era chiamata la \u201cGrande Chiesa\u201d, ma pure la dottrina condivisa e protetta dal potere politico. I contrasti e le divisioni all\u2019interno della comunit\u00e0 cristiana del primi secoli, alcuni dei quali si protrarranno fino alla modernit\u00e0, furono generati dai motivi pi\u00f9 diversi, non solo dottrinali, relativi al calendario liturgico o all\u2019organizzazione della chiesa. Una questione che sollev\u00f2 tensioni e contrasti fu quella dell\u2019atteggiamento da tenere nei confronti dei <em>lapsi<\/em>, o \u201ccaduti\u201d nell\u2019apostasia che chiedevano di rientrare nella chiesa, come avvenne dopo l\u2019editto dell\u2019imperatore Decio e le conseguenti persecuzioni.<\/p>\n<p>Nella chiesa, accanto ad un atteggiamento indulgente di alcuni vescovi come Cipriano, vi furono reazioni rigoriste come quella di Novaziano contrarie alla riammissione dei <em>lapsi<\/em>, posizioni che portarono allo scisma.<\/p>\n<p>I motivi di maggiore contrasto all\u2019interno delle comunit\u00e0 dei cristiani, che divennero delle costanti e che ne caratterizzarono le vicende storiche, furono connessi a questioni dottrinarie e teologiche. Tali problematiche non riguardarono solo la figura di Ges\u00f9 Cristo, il suo messaggio e la prima organizzazione della Chiesa, ma si estesero a questioni importanti ed originarie, alla base della stessa matrice giudaica del cristianesimo. Mi riferisco, ad esempio, a questioni come quelle della natura di Dio e della creazione, la vita dopo la morte e la resurrezione della carne, per citarne alcune, tutte sollevate da quel complesso movimento noto come gnosticismo.<\/p>\n<p>[\u2026]<\/p>\n<p>Le dottrine ritenute eretiche accanto a quelle proclamate ortodosse dalla Grande Chiesa, cio\u00e8 la chiesa apostolica romana, e gli scismi, cio\u00e8 la separazione da quest\u2019ultima in nome della \u201cretta dottrina\u201d, cio\u00e8 dell\u2019ortodossia, caratterizzano tutta la storia del cristianesimo che in nessun periodo \u00e8 stato un fenomeno unitario. Se volessimo parlare di radici cristiane dell\u2019Europa, dovremmo riferirci a \u201cradici\u201d assai diverse e spesso fra loro incompatibili.<\/p>\n<p>A partire dalle origini del Cristianesimo, il superamento dell\u2019alternativa fra ortodossia ed eresia, tra le dottrine della Grande Chiesa e quelle dei teologi e delle comunit\u00e0 ritenute eterodosse e scismatiche, non \u00e8 quasi mai avvenuto attraverso il confronto dialettico e un chiarimento dottrinario. Il prevalere di un\u2019opzione su un\u2019altra, dell\u2019ortodossia sull\u2019eterodossia, \u00e8 avvenuto quasi sempre sul piano dei rapporti di forza: la posizione dottrinaria vincente si \u00e8 sempre identificata con l\u2019ortodossia e quasi sempre con il potere. Questo \u00e8 avvenuto anche quando in altri contesti geografici la stessa posizione dottrinaria era considerata eretica e scismatica, come \u00e8 accaduto in Europa durante i contrasti fra cattolici e protestanti e durante le guerre di religione.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 nonostante, esistono dei criteri per rivendicare l\u2019appartenenza all\u2019ortodossia, cio\u00e8 alla \u201cretta dottrina\u201d, e discriminare di contro le altre dottrine. Il primo essenziale criterio, rivendicato di fatto da tutte le chiese cristiane, \u00e8 l\u2019appartenenza alla tradizione. La tradizione \u00e8 la trasmissione della \u201cbuona novella\u201d predicata da Ges\u00f9 Cristo ritenuta, allo stesso tempo, la parola di Dio. Ma quest\u2019ultima pu\u00f2 essere trasmessa solo attraverso i legittimi rappresentanti e portatori della parola divina: i profeti, Ges\u00f9 Cristo e gli apostoli. Ireneo di Lione, alla fine del II secolo introduce nel lessico dottrinario cristiano l\u2019espressione <em>apostolik\u00e8 paradosis<\/em>, cio\u00e8 la \u201ctradizione degli apostoli\u201d, stando a significare che la vera, l\u2019unica chiesa nasce dagli apostoli e si perpetua attraverso i vescovi successori degli apostoli e continuatori della loro missione.<\/p>\n<p>Tertulliano riprende, sviluppa e codifica la nozione di tradizione, che si pu\u00f2 riassumere nella forma: \u201cea regula&#8230; quam ecclesia ab apostolis, apostoli a Christo, Christus a Deo tradidit\u201d.<\/p>\n<p>La tradizione attesta la corretta trasmissione del messaggio originario che in tal modo si conserva integro e non alterato. Gli apostoli sono i depositari del messaggio di Cristo: attraverso i Vangeli lo canonizzano e attraverso i vescovi loro successori lo trasmettono e lo perpetuano. Grazie alla corretta trasmissione della parola divina e grazie ad una catena di ministri e dei loro successori\u00a0 si costituisce la vera chiesa cattolica, cio\u00e8 universale e apostolica, fondata dagli apostoli di Cristo. La dottrina vera e la chiesa legittima sono le pi\u00f9 antiche e nella chiesa apostolica romana la tradizione dell\u2019insegnamento e del sacerdozio sono certe, costanti e certificate.<\/p>\n<p>Al contrario, le dottrine eretiche sono considerate recenti e di incerta origine e del tutto arbitraria la trasmissione della dottrina attraverso chiese non legittimate a tramandare la parola di Dio e a rappresentare la comunit\u00e0 dei fedeli<\/p>\n<p>Tratto da <em>The Myth of western civilization. The west as an ideological category and political myth,<\/em> NYC Nova publishers science, 2021.<\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle title=&#8221;La scienza araba e l\u2019Europa moderna&#8221; _builder_version=&#8221;4.9.2&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; title_font=&#8221;|700|||||||&#8221; title_font_size=&#8221;20px&#8221; custom_margin=&#8221;0px||12px||false|false&#8221; title_font_size_tablet=&#8221;&#8221; title_font_size_phone=&#8221;16px&#8221; title_font_size_last_edited=&#8221;on|phone&#8221;]<\/p>\n<p>Con il cristianesimo aveva inizio una nuova cronologia, cio\u00e8 una nuova storia, una nuova visione dell\u2019uomo e della vita e nuove prospettive esistenziali che avevano al centro il messaggio evangelico, secondo la rappresentazione che ne dava la Chiesa cattolica romana, una realt\u00e0 la cui esistenza era giustificata a partire da una dubbia interpretazione di una frase attribuita a Ges\u00f9 Cristo. Durante i lunghi secoli di quell\u2019\u201det\u00e0 oscura\u201d che \u00e8 stata chiamata medio-evo e che convenzionalmente va dalla caduta dell\u2019Impero romano di Occidente (476 d. C.) alla scoperta dell\u2019America (1492), la cultura \u201cpagana\u201d nelle pi\u00f9 diverse discipline spar\u00ec dalle biblioteche, dalle scuole, dalla memoria dell\u2019uomo europeo, soprattutto nell\u2019alto Medio-evo. Una rivitalizzazione della cultura greca, nelle sue molteplici manifestazioni, si avr\u00e0 solo con il Rinascimento, termine che sta ad indicare una netta cesura con il medioevo ed un rinvio alla tradizione greca e romana in tutti gli ambiti della speculazione e della vita.<\/p>\n<p>Ma il Rinascimento non venne dal nulla e non cre\u00f2 dal nulla il metodo scientifico moderno e un approccio \u201cclassico\u201d ed umanistico alla vicenda umana: \u201cSarebbe pi\u00f9 opportuno parlare di \u2018rinascita\u2019 di una tradizione accademica che in Europa era andata perduta da molto tempo: ci\u00f2 fu possibile &#8211; e non in minima parte -grazie alla scoperta di testi greci ed arabi e della loro traduzione latina, proprio come gli studiosi islamici, prima ancora avevano scoperto quelle opere dell\u2019antica Grecia di cui si erano perse le tracce. Particolarmente importante, poi, si rivel\u00f2 la conquista della Spagna, che consent\u00ec agli scienziati del Rinascimento di accedere alla ricchezza di biblioteche di citt\u00e0 come Toledo, Cordoba e Granada\u201d.<\/p>\n<p>La prima fondamentale rinascita dell\u2019interesse per il mondo, la cultura e la scienza greca si ebbe nel contesto arabo, nell\u2019impero abbaside, grazie a quel complesso fenomeno promosso da Al-Mansur, secondo califfo abbaside e costruttore della citt\u00e0 di Baghdad, noto come \u201cil movimento di traduzione dal greco all\u2019arabo\u201d.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 le lingue coinvolte in questo grandioso movimento che prese l\u2019avvio nella met\u00e0 del IX secolo e dur\u00f2 almeno 200 anni, non furono solo il greco e l\u2019arabo, in un duplice senso. Alcuni testi greci erano stati prima tradotti in altre lingue come il siriaco e da queste in arabo. Altri testi provenivano da differenti contesti geografici e culturali come l\u2019India nota per gli studi di algebra ed astronomia e la Persia che in molti campi aveva un\u2019antica tradizione di studi e ricerche, promossi dai sovrani achemenidi e poi dai Parti e dai Sassanidi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-267 alignnone size-full\" src=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/Astrolabio-Arabo.jpg\" alt=\"\" width=\"1000\" height=\"667\" srcset=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/Astrolabio-Arabo.jpg 1000w, https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/Astrolabio-Arabo-980x654.jpg 980w, https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/Astrolabio-Arabo-480x320.jpg 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1000px, 100vw\" \/><\/p>\n<p><strong>Astrolabio Arabo<br \/><\/strong><\/p>\n<p>Esistevano nell\u2019impero sassanide varie versioni di una leggenda secondo la quale Alessandro Magno dopo aver conquistato l\u2019impero persiano di Dario III Codomano avrebbe prima fatto tradurre in greco i testi della sapienza persiana e poi li avrebbe fatti distruggere: \u201cAlessandro, il re dei greci, part\u00ec da una citt\u00e0 dei bizantini chiamata Macedonia per invadere la Persia [&#8230;].\u00a0 Egli aveva fatto fare delle copie di qualsiasi cosa si trovasse contenuta negli archivi nei tesori di Persepoli e li tradusse in bizantino e in copto. Quando ebbe finito di copiare tutte le cose di cui aveva bisogno fra questi [materiali] egli bruci\u00f2 ci\u00f2 che era scritto in persiano\u201d.\u00a0 Pertanto, le traduzioni dal greco all\u2019arabo erano presentate nella Persia abbaside come una riproposizione del pensiero persiano di cui i Greci si erano appropriati.<\/p>\n<p>Nel grande movimento di traduzione le lingue coinvolte furono molteplici: il sanscrito, il pahlavi (medio persiano), il siriaco, l\u2019armeno e naturalmente il greco e l\u2019arabo. Non pochi dei libri tradotti in arabo erano il risultato di traduzioni di testi rinvenuti in un\u2019area geografica che andava dalla Grecia alla Cina, dall\u2019Egitto all\u2019Afganistan. Un ruolo essenziale nel movimento di traduzione lo ebbero i testi in lingua greca che si occupavano di una gamma estesissima di discipline.<\/p>\n<p>Il movimento di traduzione promosso dai primi califfi abbasidi rivitalizz\u00f2 l\u2019ellenismo nelle sue molteplici manifestazioni, riproponendo le sue elaborazioni in un contenuto storico e culturale diverso.<\/p>\n<p>Ogni traduzione \u00e8 un\u2019interpretazione, un\u2019elaborazione e una riscrittura nelle quali l\u2019interprete non propone solo una nuova forma ma apre nuove prospettive ermeneutiche.<\/p>\n<p>Ogni traduzione non \u00e8 solo una riproposizione del testo ma anche un andare oltre e per certi versi \u00e8 il risultato dell\u2019incontro di due realt\u00e0 e di due personalit\u00e0 che si celano nel testo originario e in quello tradotto. Il movimento di traduzione dal greco all\u2019arabo ebbe il suo centro nella Baghdad di al-Ma\u02bem\u016bn in quella che \u00e8 nota come il <em>bayat al-hikma<\/em>, \u201cla casa della saggezza\u201d, luogo probabilmente esistito, sinonimo di biblioteca, di ricerca e traduzione, che per\u00f2 si manifestava in molte distinte realt\u00e0 in tutta la capitale abbaside, tanto che Al-Khalili suggerisce che \u201csarebbe pi\u00f9 opportuno parlare di tutta Bagdad come <em>Medinat al-Hikma<\/em> (la \u201cCitt\u00e0 della saggezza\u201d)\u201d.<\/p>\n<p>Questo movimento ebbe in certo modo una prosecuzione e uno sviluppo \u201ccon la conquista della Spagna musulmana da parte dei Cristiani che consent\u00ec all\u2019Europa di accedere al patrimonio di conoscenze prodotto nel mondo islamico. L\u00e0 dove Baghdad era stata il centro del fiorente movimento di traduzione dal greco all\u2019arabo, citt\u00e0 come Toledo divennero i centri di traduzione di grandi testi arabi in latino\u201d.<\/p>\n<p>Grazie all\u2019opera di interpreti come quelli della <em>Escuela de traductores <\/em>di Toledo, in Europa fu possibile accedere non solo ai testi del mondo greco ma alle traduzioni in arabo di materiali provenienti da gran parte del mondo civilizzato, cio\u00e8 da tutto l\u2019oriente.<\/p>\n<p>La rinascita delle scienze e degli studi umanistici in Europa negli ultimi secoli dell\u2019\u201det\u00e0 oscura\u201d nota come medio-evo, rinascita che costitu\u00ec la premessa del pi\u00f9 tardo Rinascimento, fu dovuta al fondamentale apporto della civilt\u00e0 greca e di quelle \u201corientali\u201d: dalla Persia, dalla Mesopotamia, dall\u2019India, dagli ebrei, dall\u2019Egitto, dalla Cina e, ovviamente, dal mondo arabo.<\/p>\n<p>Non a torto Dimitri Gutas ha sostenuto che \u201clo studio degli scritti greci dopo il periodo classico pu\u00f2 difficilmente procedere senza la loro testimonianza in arabo, che in questo contesto diviene la seconda lingua classica, ben prima del latino\u201d. Lingua araba che, particolare non secondario, per 700 anni fu nel mondo la lingua della scienza.<\/p>\n<p>Il movimento di traduzione fu promosso non solo dai sovrani abbasidi ma pure da privati e mecenati soprattutto della capitale abbaside; coinvolse in due secoli centinaia e centinaia di traduttori, ed assieme ad essi migliaia di persone che lavorarono nel rinvenimento, nel trasporto e nella trascrizione dei libri, alla loro diffusione, catalogazione e alla conservazione. Fu un movimento multietnico e transreligioso, vi parteciparono intellettuali arabi, persiani, egiziani, armeni, indiani, mesopotami e persone delle pi\u00f9 diverse religioni, soprattutto musulmani, mazdei, induisti, cristiani di diversi orientamenti ed ebrei.<\/p>\n<p>\u00c8 importante sottolineare \u201cche l\u2019attitudine del mondo arabo colto nei confronti del pensiero greco all\u2019epoca delle traduzioni, sia stata attiva e non passiva\u201d, come ha scritto Cristina d\u2019Ancona . Si tratt\u00f2 non di una semplice ricezione e riformulazione del pensiero greco ma di una reinterpretazione che in pi\u00f9 di un\u2019occasione fu \u201cevolutiva\u201d, nel senso che le stesse opere furono ritradotto due o pi\u00f9 volte perch\u00e9 la crescita delle conoscenze che le traduzioni promossero in molti ambiti, favor\u00ec il miglioramento della stessa comprensione dei testi e della capacit\u00e0 di una loro interpretazione e riproposizione in lingua araba, rendendo superate le prime traduzioni.<\/p>\n<p>Fu uno straordinario esempio di libera ricerca e di confronto tra molteplici orientamenti e prospettive in molte discipline del sapere, tanto in ambito umanistico che scientifico: \u201cdurante il regno di Al-Mamun nel mondo accademico accadde qualcosa di nuovo. L\u2019aver riunito per la prima volta tradizioni scientifiche di tutto il mondo mise a disposizione degli studiosi di Bagdad una visione della realt\u00e0 di ampiezza mai vista. Ad esempio, le differenze tra le traduzioni di testi astronomici persiani, indiani e greci [&#8230;] Implicavano che non tutti potevano avere ragione contemporaneamente\u201d .<\/p>\n<p>Questo movimento di incontro ed interscambio culturale anche se nacque a Bagdad su impulso di Al-Mamun, secondo la tradizione dopo aver sognato Aristotele che lo spinse a riscoprire e diffondere il pensiero greco, fu presente in modo diverso nei luoghi di incontro tra mondo arabo e cristiano, in Sicilia, in Spagna e dove erano attivi i Veneziani.<\/p>\n<p>Il movimento di traduzione, che fu di fatto la riproposizione e l\u2019attualizzazione della civilt\u00e0 greca, and\u00f2 oltre sterili divisioni tra cultura umanistica e scientifica, tra le scienze dell\u2019uomo e scienze della natura e ripropose una visione integrale e complessiva dell\u2019uomo e della scienza.<\/p>\n<p>Gli arabi in ambito pi\u00f9 propriamente scientifico non si limitarono a tradurre i testi greci, ma riconsiderarono pure il discorso sulla natura e sul fine della scienza: \u201cL\u2019eredit\u00e0 che la civilt\u00e0 arabo-musulmana ricevette dall\u2019antichit\u00e0 greca comporta dunque un importante corpus scientifico, ma anche il discorso sulla scienza che fanno i filosofi [&#8230;] Questa componente epistemologica, ripresa dai sapienti arabi, ha per gran parte forgiato i loro comportamenti. I popoli pi\u00f9 \u2018greci\u2019 nel loro atteggiamento intellettuale, dopo i greci, sono stati quelli dell\u2019impero musulmano\u201d.<\/p>\n<p>Nel 1068, a Toledo, Said al-Andalusi scrive la prima storia della scienza che conosciamo (<em>Kit\u0101b Tabaq<\/em><em>\u0101t al \u2018Umam<\/em>) dove i popoli sono classificati secondo il contributo dato allo sviluppo dell\u2019umanit\u00e0. Dei greci si scrive \u201ci filosofi greci sono i pi\u00f9 eminenti degli uomini per il rango, pi\u00f9 grandi sapienti per lo zelo che hanno mostrato nelle diverse branche del sapere: nelle scienze matematiche, logiche, fisiche e metafisiche, come pure in quelle politiche che trattano della famiglia e della societ\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>In sintesi, se volessimo stabilire una linea di continuit\u00e0 fra il pensiero classico (elaborato in Grecia nel corso di quasi 1000 anni in ambito umanistico e scientifico ed in parte trasmesso al mondo romano) e la modernit\u00e0 non potremmo non considerare il ruolo avuto dal mondo arabo-islamico in questo processo.<\/p>\n<p>Per \u201cmondo arabo\u201d non si intende un\u2019appartenenza etnica ma di tipo politico-culturale favorita essenzialmente dall\u2019uso della lingua araba che a partire da Abd al Malik (685-705) divenne la lingua usata a livello amministrativo nell\u2019impero e fu anche la lingua della cultura: da Saana a Saragozza da Samarkanda a Marrakech.<\/p>\n<p>Gli arabi non furono banalmente dei raccoglitori\/traduttori\/trasmettitori del pensiero umanistico e scientifico greco, un\u2019attivit\u00e0 che si svolse soprattutto nell\u2019VIII e IX secolo della nostra era, in quella che \u00e8 nota come \u201cl\u2019et\u00e0 della traduzione\u201d. Se il \u201cmito fondativo\u201d vuole che le traduzioni iniziarono dopo che Al Mamum vide in sogno Aristotele e si intrattenne con lui conversando sulla natura del bene, sappiamo che gi\u00e0 Al Mansur bisnonno di Al Mamum aveva promosso un\u2019 organica attivit\u00e0 di traduzione di scritti che provenivano da altre culture: soprattutto dalla Grecia, dall\u2019India, dalla Persia e dalla Mesopotamia. Ma i primi contatti con il mondo greco risalgono all\u2019epoca del primo Islam e dei califfi omayyadi. All\u2019indomani della morte del Profeta (632), ad opera dei quattro Califfi \u201cben guidati\u201d e dei primi califfi omayyadi, l\u2019Islam si espanse su tre continenti, dall\u2019Afganistan ai Pirenei. In alcuni contesti geografici come l\u2019Egitto, la Mesopotamia, l\u2019Asia minore e la stessa Persia erano ancora presenti focolai scientifici di espressione greca, siriaca o persiana, in citt\u00e0 come Alessandria, Gundishapur, Antiochia, Nisibe, Harran, dove si praticava la medicina galenica e si conoscevano testi come gli <em>Elementi<\/em> di Euclide, di astronomia, di fisica, ma pure di filosofia e grammatica greca.<\/p>\n<p>Altri fattori contribuirono alla promozione della ricerca e alla diffusione del sapere: ad esempio la diffusione nel mondo arabo di istituzioni scolastiche di vari livelli, fino a quelle che possiamo considerare le prime universit\u00e0 della storia. Anche se non c\u2019era uniformit\u00e0 nei programmi di insegnamento e se le materie religiose occupavano un ruolo importante, soprattutto nei primi livelli, le istituzioni scolastiche ebbero un ruolo importante.<\/p>\n<p>Un altro motore di sviluppo scientifico fu l\u2019appropriazione &#8211; grazie ad artigiani cinesi &#8211; e lo sviluppo delle tecniche di produzione della carta che \u00e8 stata indubbiamente \u201cun elemento di accelerazione della circolazione dell\u2019informazione\u201d e che nel giro di un secolo &#8211; dalla fine del IX secolo a quella del X &#8211; sostitu\u00ec quasi del tutto il papiro e la pergamena. Nel X secolo, grazie a un nuovo tipo di istituzione chiamata <em>D\u00e2r al-&#8216;Ilm <\/em>(Casa della scienza) gestita secondo il sistema della manomorta (Waaf), le biblioteche divengono accessibili a tutti i lettori e grazie all\u2019uso della carta il lavoro dei copisti diventa pi\u00f9 agevole. Gli studiosi arabi delle pi\u00f9 diverse discipline non furono dei \u201ctrasmettitori\u201d di sapere, quasi un elemento estraneo tra l\u2019Europa dell\u2019ellenismo a quella del Rinascimento, ma furono allo stesso tempo dei ricercatori, degli innovatori e dei precursori e\u00a0 anche dei \u201ctrasmettitori\u201d, cio\u00e8 degli insegnanti e dei maestri, secondo il procedere tipico della scienza che Al Ghazali cos\u00ec sintetizza: \u201cAll\u2019inizio della scienza sta il silenzio; poi l\u2019ascolto attento; dopo la memorizzazione; in seguito il sapere e per finire la ritrasmissione del sapere\u201d.<\/p>\n<p>Nel campo pi\u00f9 propriamente scientifico l\u2019apporto degli arabi fu fondamentale: la chimica nasce nel mondo islamico medievale e agli arabi si deve l\u2019invenzione dell\u2019algebra come disciplina separata dall\u2019aritmetica e dalla geometria. Intorno alla seconda met\u00e0 del IX secolo a Bagdad si hanno i primi studi sistematici di oftalmologia e senza l\u2019apporto degli astronomi arabi, in particolare di al-Tusi e la Scuola di Maragha, \u00e8 stato scritto che Copernico \u201cavrebbe potuto tranquillamente seguire la tradizione paterna nel commercio del rame cui deve il suo nome\u201d.<\/p>\n<p>Per ogni musulmano \u201cla pi\u00f9 nobile delle scienze \u00e8 la conoscenza di Dio\u201d ed \u00e8 da preferirsi, come scrive Al Ghazali, la scienza religiosa che porta alla salute dell\u2019anima a quella medica che porta all\u2019effimera salute del corpo. Ciononostante una delle principali caratteristiche di Dio \u00e8 quella di essere creatore e \u201cSignore dei Mondi\u201d e la principale prova dell\u2019esistenza di Dio deriva dall\u2019esistenza del mondo, che in quanto artefatto \u00e8 inconcepibile senza l\u2019artefice. Perci\u00f2 Ibn Rushd (Averro\u00e8) inizia <em>Il trattato decisivo sull\u2019accordo della religione con la filosofia<\/em> proprio con quest\u2019argomento, sostenendo la liceit\u00e0 della filosofia che \u201caltro non \u00e8 che speculazione sugli esseri esistenti, e riflessione su come, attraverso la considerazione che sono creati, si pervenga a dimostrare il loro creatore\u201d. Per questo motivo sostiene che ricerca filosofica e teologica devono portare agli stessi risultati e qualora ci\u00f2 non avvenga, cio\u00e8 \u201cse una conclusione cui si perviene attraverso la dimostrazione contrasta col senso apparente delle Scritture, \u00e8 questo senso apparente a necessitare di una interpretazione allegorica, secondo &#8211; beninteso &#8211; le regole dell\u2019esegesi linguistica araba\u201d.<\/p>\n<p>La posizione di Averro\u00e8 non si identifica in modo automatico con l\u2019ortodossia islamica, ma che l\u2019universo sia creazione divina e manifestazione della sua volont\u00e0 \u00e8 un \u201cdogma\u201d ribadito nel <em>Corano<\/em> e comunemente condiviso. Conoscere il mondo significa conoscere una delle manifestazioni di Dio e in via pi\u00f9 o meno diretta Dio e la sua volont\u00e0.<\/p>\n<p>In sintesi se volessimo ancora far ricorso a categorie ambigue come quelle di \u201ccultura classica\u201d, intendendo con questa formula una serie di acquisizioni fondamentali per lo sviluppo della civilt\u00e0 europea e costitutive del cosiddetto \u201cmondo occidentale\u201d, dovremmo riconsiderare alcuni luoghi comuni. Quella che noi chiamiamo \u201ccultura classica\u201d, in realt\u00e0 \u00e8 il risultato delle interazioni e delle elaborazioni di molteplici popoli nel corso dei secoli, soprattutto in ambito scientifico e tecnologico.<\/p>\n<p>La ricorrente tesi che troviamo da Platone ad Hegel, che i Greci rielaborarono in modo originale le conoscenze che ricevettero da altri popoli, come gli egiziani e i caldei, vale in tutti i contesti in cui si svolge ricerca, insegnamento, interscambio e confronto. Vale esempio per tutto il nostro medioevo grazie al grande sviluppo della scienza, della tecnologia, della speculazione filosofica e logica nell\u2019impero musulmano. I filosofi, di storici, gli astronomi, i chimici, i medici, i matematici, gli ingegneri, gli architetti, i fisici ed i logici del mondo arabo, a partire dall\u2019VIII secolo non si limitarono a raccogliere i risultati della ricerca prodotta in vari ambiti nel mondo greco, persiano, indiano, egiziano, cinese e caldeo. Studiarono questi vari materiali, li confrontarono, li rielaborarono e andarono oltre.<\/p>\n<p>All\u2019alba della modernit\u00e0, dopo 700 anni di studi e ricerche prodotti nell\u2019ambito musulmano i risultati ottenuti permisero di definire un insieme di acquisizioni ben pi\u00f9 ampie e articolate di quelle con le quali gli arabi si confrontarono nei primi secoli della loro storia.<\/p>\n<p>Tratto da <em>The Myth of western civilization. The west as an ideological category and political myth,<\/em> NYC Nova publishers science, 2021.<strong><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle title=&#8221;L\u2019 \u201cOperazione Barbarossa\u201d e la difesa dell\u2019occidente&#8221; _builder_version=&#8221;4.9.2&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; title_font=&#8221;|700|||||||&#8221; title_font_size=&#8221;20px&#8221; custom_margin=&#8221;0px||12px||false|false&#8221; hover_enabled=&#8221;0&#8243; title_font_size_tablet=&#8221;&#8221; title_font_size_phone=&#8221;16px&#8221; title_font_size_last_edited=&#8221;on|phone&#8221; sticky_enabled=&#8221;0&#8243;]<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/10\/illustrazione-SS.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-388 alignnone size-full\" width=\"761\" height=\"1066\" \/><\/p>\n<p><em>Manifesto propagandistico delle SS nel quale \u00e8 rappresentata l&#8217;Unione Sovietica come un drago con i simboli del comunismo e dell&#8217;ebraismo<\/em><\/p>\n<p>Nella notte del 24 giugno 1941 ebbe inizio la pi\u00f9 grande invasione della storia, che vide la mobilitazione di circa tre milioni di combattenti di terra e d\u2019aria su un fronte di quasi 2000 km che andava dal Mar Baltico al Mar Nero. L\u2019operazione, chiamata in codice \u201cBarbarossa\u201d, consisteva nell\u2019attacco della Germania nazista alla Russia comunista con lo scopo di distruggere il grande impero sovietico e ridefinire la struttura geo-politica dell\u2019Europa orientale, della stessa Germania e conseguentemente dell\u2019intera Europa.<\/p>\n<p>Se volessimo distinguere le cause occasionali e contingenti da quelle storiche di questa straordinaria impresa, potremmo dire che il principale obiettivo della politica internazionale del nazional-socialismo era per un verso completare la riunificazione in un unico <em>Reich<\/em> di tutte le genti di lingua tedesca, ma in prima istanza creare ad Est un <em>Lebensraum<\/em>, uno spazio considerato vitale per il futuro della nazione tedesca. Ad Est della Germania c\u2019era il mondo slavo e, soprattutto, un impero quello dell\u2019URSS, che rappresentava per i Tedeschi l\u2019insieme e la sintesi del nemico sul piano storico, ideologico, politico e culturale. Il tutto riassumibile con la formula \u201ccomunismo ebraico ed asiatico\u201d, la \u201crazza\u201d ritenuta la pi\u00f9 infida e pericolosa.<\/p>\n<p>Tale attacco fu ritenuto possibile nell\u2019estate del 1941, grazie alla situazione di stallo che si era creata sul fronte occidentale dove regnava quasi incontrastato l\u2019ordine dei nazisti; la Gran Bretagna era sulla difensiva entro i propri confini ed incapace di avere un ruolo operativo e determinante nel continente europeo.<\/p>\n<p>Interessanti furono le motivazioni ideologiche, gli argomenti di propaganda, i progetti di colonizzazione dei territori della Russia occidentale e le prospettive politiche e strategiche con le quali furono coinvolti, anche sul piano militare, consistenti frazioni di popoli europei e del Vicino Oriente. Molti combattenti, in gran parte volontari, furono arruolati nella <em>Wermacht<\/em> o in formazioni note come <em>Waffen<\/em> SS, le SS combattenti, che ebbero un ruolo importante nella guerra, soprattutto sul fronte orientale. Tali milizie, considerate truppe scelte e d\u2019\u00e9lite, raccolsero circa un milione di combattenti di quasi venti diverse nazionalit\u00e0: francesi, belgi, danesi, olandesi, fiamminghi, romeni, ungheresi, norvegesi, ucraini, svedesi, lettoni, estoni, lituani, azeri, armeni, cosacchi, albanesi, croati, indiani e via dicendo.<\/p>\n<p>La campagna contro l\u2019URSS fu presentata sul piano ideologico come una battaglia in difesa dell\u2019Europa e dell\u2019Occidente e l\u2019esercito internazionale schierato a fianco dei tedeschi come il primo esercito di un\u2019Europa ariana ed anticomunista che avrebbe instaurato un nuovo ordine europeo che, seppure all\u2019ombra della svastica, avrebbe permesso alle nazioni come quella armena, azera, ucraina, tatara, cosacca, ecc., di liberarsi dal giogo comunista e conquistare un\u2019indipendenza garantita dal <em>Reich<\/em> tedesco, presentato come <em>Primus inter pares<\/em> di una confederazione europea che avrebbe riunito popoli ariani e quanti avevano combattuto contro il bolscevismo \u201casiatico\u201d.<\/p>\n<p>Prospettive strategiche, obiettivi politici, motivazioni ideologiche e slogan propagandistici spesso si legarono insieme, a giustificazione non solo di una campagna militare, ma pure di una nuova geografia politica fondata sulla dottrina del razzismo tedesco e delle sue molteplici diramazioni sul piano storico, antropologico, scientifico e via dicendo. Il \u201cdiritto\u201d dei Tedeschi ad espandersi ad Est fu giustificato con una serie di argomenti di tipo razzista che invadevano vari campi. Ad esempio, attraverso la strampalata teoria di Hanns H\u00f6rbiger nota come <em>Welteislehre<\/em>, \u201cGhiaccio universale\u201d, si sostenne che in epoca glaciale un asteroide caduto sulla terra aveva provocato una glaciazione nel Nord Europa che aveva costretto i popoli nordici ad abbandonare le loro sedi e a spingersi nell\u2019Europa del Sud e dell\u2019Est, fino all\u2019India ed oltre, in cerca di migliori condizioni di vita. Processo noto pure come Germanizzazione (<em>Germanisirung<\/em>), cio\u00e8 diffusione dei popoli e delle culture germaniche, oppure come \u201cdiffusionismo\u201d che significava la stessa cosa.. Queste strampalate teorie, assolutamente prive di riscontri e di conferme e del tutto evanescenti, furono fatte proprie dall\u2019\u00e9lite del nazional-socialismo, a partire da Hitler e Himmler, ed elaborate da personaggi stravaganti che attingevano al folclore, a leggende e saghe o a miti come quello di Atlantide. Tali teorie, per\u00f2, furono giustificate anche da schiere di scienziati e accademici di regime, tanto vili quanto compiacenti.<\/p>\n<p>Ne \u00e8 una riprova la vicenda <em>dell\u2019Ahnenerbe<\/em>, alla lettera \u201cL\u2019eredit\u00e0 degli antenati\u201d, creatura di Himmler con lo scopo di \u201cricercare ed esplorare lo spazio, l\u2019azione, lo spirito e l\u2019eredit\u00e0 delle razze nordiche e germaniche\u201d (H. Himmler, <em>Germanien<\/em>, febbraio 1939). Il suo primo direttore, Herman Wirth sosteneva una stravagante teoria secondo la quale in epoche ancestrali nella mitica Atlantide c\u2019era stato un popolo ariano con una struttura sociale fondata sul matriarcato e una religione \u201cmonoteista\u201d con un culto solare. Un traumatico evento atmosferico avrebbe determinato lo spopolamento e la diaspora dei suoi abitanti in tre continenti, diffondendo ovunque la razza ariana e la sua <em>Weltanschauung<\/em>, la sua visione del mondo: dall\u2019India al Giappone, dal Messico alla Persia. A partire dal 1937 ci sar\u00e0 un nuovo presidente Walther W\u00fcsth, con pi\u00f9 titoli accademici del predecessore ex lettore universitario, che non sosterr\u00e0 pi\u00f9 origini matriarcali, pacifiste e solari degli ariani. W\u00fcrst manterr\u00e0 per\u00f2 quelle che erano diventate le linee guida del razzismo di stato tedesco: la \u201cdottrina\u201d secondo la quale sarebbe esistito un popolo di genti nordiche, \u201cgermaniche\u201d, che per motivi probabilmente climatici avrebbe abbandonato gran parte le terre originarie diffondendosi nel mondo. Ne sarebbe stata prova evidente il fatto che l\u00e0 dove c\u2019\u00e8 una cultura e una razza \u201csuperiore\u201d ci sarebbe stata la presenza nordica e germanica, partendo dall\u2019assunto che ogni forma di Civilt\u00e0 degna di questo nome sarebbe derivata unicamente da un presunto popolo nordico e ariano. In un discorso tenuto a Monaco il 13 agosto del 1920, Hitler afferma che furono \u201cimmigrati ariani ad aver donato all\u2019Egitto la sua alta civilt\u00e0, la stessa cosa \u00e8 accaduta per la Persia e la Grecia\u201d. Di questa immigrazione ariana alla base della civilizzazione del mondo non si definivano origini, tempi e modi, n\u00e9 tantomeno si fornivano riscontri di una qualche fondatezza, ma si cercavano presunti riscontri solo attingendo liberamente a miti, saghe, leggende, eventi e teorie astronomiche inventati di sana pianta..<\/p>\n<p>La fantasiosa dottrina del Diffusionismo o Germanizzazione e quella di un nuovo ordine europeo ariano e anticomunista, furono alla base della propaganda nazista nella campagna contro l\u2019URSS, presentata come una \u201cCrociata\u201d contro il bolscevismo asiatico e in difesa della \u201cCivilt\u00e0 occidentale\u201d.<\/p>\n<p>Oltre alla rivendicazione di un <em>Lebensraum<\/em>, di uno spazio vitale ad Est, necessario per la crescita e per la sopravvivenza dei popoli tedeschi, si giustificava l\u2019attacco all\u2019URSS come un processo di prosecuzione di quella che era stata la storica politica tedesca di espansione ad Est. Soprattutto le SS di Himmler si presentarono come un nuovo Ordine Teutonico che avrebbe dovuto estendere e difendere ad Oriente i confini del <em>Reich<\/em>. Personaggi come Enrico I di Sassonia, (al quale fu dedicato l\u2019intero numero 7 della rivista <em>Germanien,<\/em> nel 1936) furono riletti come i promotori di una politica di espansione ad Est, segno distintivo delle esigenze socio-economiche e della vocazione storica della Germania. Un altro argomento centrale nella propaganda nazista a sostegno dell\u2019operazione Barbarossa, fu quello, in gran parte inventato o travisato, della presunta presenza storica di popoli germanici, grazie a guerre di conquista, in territori che al tempo facevano parte dell\u2019Impero sovietico. Questo valeva ad esempio per la Crimea e per l\u2019Ucraina, che si sosteneva fossero state in passato conquistate dai Goti, popoli di origine germanica. Si parl\u00f2 persino di fondare in Crimea e in parte dell\u2019Ucraina una repubblica autonoma abitata da genti di lingua e cultura tedesche, chiamata <em>Gotengau<\/em>, alla lettera \u201cRegione dei Goti\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019obiettivo dichiarato della \u201cOperazione Barbarossa\u201d era quello di sconfiggere l\u2019URSS, di cambiarne il governo con uno politicamente vicino alla Germania nazista. Di ridurre in seconda istanza l\u2019estensione dell\u2019URSS, favorendo la nascita di una serie di nuovi stati indipendenti come la Georgia, l\u2019Armenia, l\u2019Ucraina, l\u2019Azerbaijan, la Crimea, ecc., che sarebbero entrati nell\u2019orbita del <em>Reich<\/em>. L\u2019obiettivo principale era per\u00f2 occupare e colonizzare con genti tedesche tutta la parte della Russia ad occidente degli Urali, con un vero e proprio esercito di soldati-contadini inquadrati nelle SS, che in fattorie e villaggi per loro appositamente costruiti avrebbero svolto opera di colonizzazione, salvaguardia e controllo del territorio, ma pure di vigilanza e asservimento di milioni di slavi, ridotti a forza lavoro in regime di <em>apartheid<\/em>, secondo il modello, tanto caro agli intellettuali nazisti, adottato dagli Spartani nei confronti degli Iloti. Questi guerrieri contadini avrebbero colonizzato la Russia occidentale e difeso in armi quelli che sarebbero diventati i confini orientali dell\u2019Occidente.<\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle title=&#8221;La democrazia occidentale \u00e8 compatibile con il cristianesimo?&#8221; _builder_version=&#8221;4.9.2&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; title_font=&#8221;|700|||||||&#8221; title_font_size=&#8221;20px&#8221; custom_margin=&#8221;0px||12px||false|false&#8221; title_font_size_tablet=&#8221;&#8221; title_font_size_phone=&#8221;16px&#8221; title_font_size_last_edited=&#8221;on|phone&#8221;]<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-279 alignleft size-full\" src=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/murales.jpg\" alt=\"\" width=\"568\" height=\"795\" \/><\/p>\n<p>Il cristianesimo \u00e8 compatibile con ogni tipo di potere, a condizione che quest\u2019ultimo riconosca se non il primato della religione, almeno la legge religiosa. Il suo valore non \u00e8 considerato relativo e valido per una specifica comunit\u00e0, ma\u00a0 assoluto ed universale in quanto Dio \u00e8 la verit\u00e0 stessa.<\/p>\n<p>Posta la questione in questi termini, ma non vedo in quali altri si potrebbe porre, sembrerebbe assai problematico il rapporto fra cristianesimo\/cattolicesimo e democrazia. A partire dalla banale considerazione che il potere fondato su Dio (teocrazia) \u00e8 cosa diversa dal potere fondato sul popolo (democrazia). Ancor di pi\u00f9 se consideriamo il popolo come un soggetto che ha un potere assoluto, cio\u00e8 che non riconosce niente e nessuno sopra di s\u00e9.<\/p>\n<p>La stessa legge, in democrazia, per essere valida, cio\u00e8 per avere un valore riconosciuto, deve essere formulata non nel riconoscimento e in ottemperanza di principi superiori, ma in conformit\u00e0 ai principi costituzionali e\/o dell\u2019ordinamento che il popolo sovrano si \u00e8 dato. In democrazia il primo principio di riferimento non \u00e8 la <em>voluntas dei<\/em>, ma la <em>utilitas populi<\/em>.<\/p>\n<p>Il cristianesimo \u00e8 compatibile con ogni forma di governo, sia essa monarchica, di ottimati o di popolo, quando il governo sia formato da cristiani e conforme ai precetti del cristianesimo, che nell\u2019emisfero cattolico si identificano con la dottrina della Chiesa. Ma un punto \u00e8 acclarato: la dimensione politica che attiene alla sfera mondana \u00e8 subalterna alla dimensione religiosa che attiene alla sfera del sacro. In quanto subalterna la politica deve conformarsi ai precetti della religione e non pu\u00f2 rivendicare una sua autonomia di principi e d\u2019azione. Per tutto il medioevo la contesa tra papato ed impero verter\u00e0 sulla questione del primato tra la sfera spirituale rappresentata dalla Chiesa e del suo massimo esponente, il Papa, e la sfera politica rappresentata dall\u2019impero e dall\u2019imperatore. L\u2019arma estrema di cui il Papa si serviva era la scomunica dell\u2019imperatore, che consisteva nel privarlo della comunione con la Chiesa e con i cristiani, misura che si ripercuoteva nel venir meno da parte della cristianit\u00e0 dell\u2019obbedienza ad un sovrano che non era pi\u00f9 in senso pieno un sovrano cristiano.<\/p>\n<p>\u00c8 nota la posizione critica e di condanna del cattolicesimo romano nei confronti di tutte le ideologie nate con le moderne rivoluzioni: dottrine politiche come il liberalismo, la democrazia, il socialismo, l\u2019anarchismo e il comunismo. Bisogner\u00e0 aspettare il messaggio della Radio vaticana del 24 dicembre 1944, \u201cradiomessaggio di Sua Santit\u00e0 Pio XII ai popoli del mondo intero\u201d perch\u00e9 la democrazia sia definita come un regime politico compatibile, a certe condizioni, con il cristianesimo.<\/p>\n<p>Pio XII nel messaggio di Natale del 1944 dice, tra l\u2019altro: \u201c\u00e8 appena necessario di ricordare che, secondo l\u2019insegnamento della Chiesa, non \u00e8 vietato preferire governi temperati di forma popolare, salvo per\u00f2 la dottrina cattolica circa l\u2019origine e l\u2019uso del potere pubblico\u201d, aggiungendo che \u201cla Chiesa non riprova nessuna delle varie forme di governo purch\u00e9 adatte per s\u00e9 a procurare il bene dei cittadini\u201d, riprendendo le parole di Leone XIII nell\u2019 Enciclica <em>Libertas<\/em>, del 20 giugno 1888.<\/p>\n<p>Pio XII, il successore di quel Papa Ratti che aveva chiamato Mussolini \u201cl\u2019uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare\u201d, alla luce della nuova situazione che si stava delineando nel mondo, con la leadership degli USA che erano allo stesso tempo la prima democrazia del pianeta, apre alla possibilit\u00e0 di \u201cgoverni temperati di forma popolare\u201d. Subito per\u00f2 precisa che tale stato, come ogni Stato, deve rispettare \u201cl\u2019ordine assoluto degli esseri e dei fini\u201d che ha origine \u201cin un Dio personale nostro creatore\u201d. Allo stesso tempo auspica che il potere venga affidato ad \u201cuna eletta [schiera] di uomini di solida convinzione cristiana\u201d.<\/p>\n<p>Per questo la Chiesa cattolica che elegge il suo leader, il Papa, con il criterio maggioritario, rifiuta tale criterio se con esso si volessero legittimare scelte in contraddizione con \u201cl\u2019ordine assoluto degli esseri e dei fini\u201d, cio\u00e8 con la dottrina della Chiesa.<\/p>\n<p>Potremmo porci, a questo punto una domanda che potrebbe apparire persino ingenua. Come si deve comportare il cittadino cattolico di uno Stato democratico che promuove norme ed ordinamenti contrari alla dottrina della Chiesa, realt\u00e0 che rappresenterebbe \u201cl\u2019ordine assoluto degli esseri e dei fini\u201d?<\/p>\n<p>La storia e la cronaca degli ultimi 75 anni hanno risposto ampiamente a questo quesito. Per limitarci alla sola Europa occidentale, che \u00e8 allo stesso tempo la regione che storicamente si identifica tanto con il cattolicesimo che con il cosiddetto Occidente, la cronaca degli eventi che hanno seguito la seconda guerra mondiale mostra che la Chiesa cattolica apostolica romana in prima persona, attraverso i suoi massimi esponenti e i movimenti culturali e religiosi di area cattolica, attraverso gli stessi partiti che al cristianesimo si riferivano, come in Italia la Democrazia Cristiana (1943-1994), ha cercato di contrastare con tutti i mezzi a sua disposizione iniziative di legge ritenute non in sintonia con la dottrina cristiana, cio\u00e8 con il catechismo della Chiesa cattolica. La Chiesa cattolica ha cercato e cerca in ogni modo di contrastare leggi e comportamenti che promuovano o favoriscano il divorzio, l\u2019interruzione volontaria di gravidanza, la libera scelta di porre fine alla propria vita attraverso l\u2019eutanasia, le unioni civili e i il matrimonio fra persone dello stesso sesso. In Italia, ad esempio, la Democrazia Cristiana, partito di dichiarata matrice cristiana, ha promosso sia il referendum contro il divorzio, introdotto in Italia con la legge 1\u00b0 dicembre 1970, n. 898, \u201cDisciplina dei casi di scioglimento del matrimonio\u201d, sia quello contro la legge del 22 maggio 1978, n. 194, sulla interruzione volontaria di gravidanza. Entrambi i referendum, come \u00e8 noto, ebbero esito negativo per i promotori e le due leggi contestate restarono in vigore.<\/p>\n<p>In uno stato democratico \u00e8 del tutto legittimo che quanti non condividano delle norme possano, se ammesso dall\u2019ordinamento, tentare di modificarle. Lo strumento referendario \u00e8 uno dei mezzi pi\u00f9 diffusi nei regimi democratici per verificare l\u2019opinione dei cittadini su molte questioni. Altrettanto ammissibile appare il rifiuto da parte di un individuo di servirsi di certe opportunit\u00e0 che la legge prevede, ad esempio di divorziare o di abortire, se tali pratiche contrastano con la sua sensibilit\u00e0 religiosa o morale.<\/p>\n<p>Meno comprensibile \u00e8 la pretesa di una parte di cittadinanza , per giunta minoritaria, di condizionare la legislazione dello Stato in materie come il diritto di famiglia, i diritti civili, le scelte in tema di <em>finis vitae.<\/em><\/p>\n<p>In uno stato laico, aconfessionale e fondato sul pluralismo e la libert\u00e0 in campo religioso, quale \u00e8 lo stato liberal-democratico, la Chiesa non pu\u00f2 avanzare delle pretese e delle rivendicazioni in nome di Dio o delle sacre scritture, cio\u00e8 di un diritto divino che discenderebbe direttamente da Dio. Il problema viene in qualche modo eluso riproponendo sotto altre vesti le caratteristiche di un diritto di matrice religiosa, che seppure non \u00e8 stato mai formalizzato in un testo normativo \u00e8 ritenuto di fatto espresso dalla dottrina della Chiesa cattolica.<\/p>\n<p>Per opporsi a leggi come quelle su ricordate, in materia di divorzio, ma pure di unioni civili tra persone dello stesso sesso, di aborto e di eutanasia, la Chiesa cattolica, i giuristi, i politici e pi\u00f9 genericamente gli intellettuali di area cattolica, si rifanno a principi come il diritto naturale, il diritto alla vita, la legge morale, il valore della persona, la coscienza della persona. Un\u2019analisi dei singoli criteri di legittimazione appena ricordati non sarebbe possibile in questa sede, perch\u00e9 troppo estesa e complessa. Vale la pena, per\u00f2, sottolineare che tutti questi motivi sono riconducibili ai postulati del cristianesimo, cos\u00ec come vengono interpretati dalla dottrina della Chiesa cattolica. Ad esempio la legge di natura \u00e8 considerata tale soprattutto nella versione di San Tommaso, il quale la definisce come \u201cla partecipazione della creatura razionale alla legge eterna\u201d, per cui una legge umana \u00e8 giusta se deriva da una legge naturale, che a sua volta rinvia ad un superiore ordine divino. Tommaso riprende esplicitamente le tesi di Agostino di Ippona, il quale sostiene che \u201cnon \u00e8 da considerarsi legge una norma non giusta\u201d .<\/p>\n<p>Allo stesso modo con \u201cdiritto alla vita\u201d si vorrebbe definire il diritto-dovere da parte dell\u2019individuo e della societ\u00e0 di preservare tutte le forme di vita umana, intendendo per vita ogni tipo di esistenza umana, anche priva di sensibilit\u00e0 e coscienza: a partire da un embrione di poche settimane ad un individuo in coma irreversibile. Questo presunto diritto rinvierebbe alla presenza di Dio in ogni forma embrionale o persino meramente meccanica di vita, quale quella di chi si trova in una condizione di coma irreversibile. Di conseguenza anche il cittadino ateo, che si trovasse in una condizione di malattia e di sofferenza irreversibile, non avrebbe il diritto di smettere di soffrire, attraverso il ricorso all\u2019eutanasia. La teoria sulla presenza di Dio in ogni forma di vita umana, non \u00e8 ritenuta una teoria di un gruppo culturale e religioso, una visione di parte, relativa ad un contesto culturale, ma una verit\u00e0 assoluta che a tutti andrebbe imposta: la sua incontrovertibile verit\u00e0 la renderebbe universalmente valida ed obbligatoria. Tra l\u2019altro, questa moderna rivendicazione del \u201cdiritto alla vita\u201d entra in palese contrasto con la stessa storia della Chiesa, quando davanti alla richiesta del potere imperiale di sacrificare agli dei e di riconoscere la divinit\u00e0 dell\u2019imperatore, abiurando la propria fede monoteistica, il cristiano riteneva di avere il diritto-dovere di \u201cconfessare\u201d la propria fede e scegliere il martirio, cio\u00e8 testimoniare la propria fede in Cristo. Il martire \u00e8 stato sempre considerato l\u2019esempio del perfetto cristiano.<\/p>\n<p>Senza considerare che nella Chiesa cattolica ci sono sante e martiri, come Maria Goretti, considerate tali perch\u00e9 hanno preferito morire piuttosto che sacrificare la loro verginit\u00e0 cedendo all\u2019aggressore.<\/p>\n<p>Ma la questione di fondo a cui rinviano quelle appena ricordate \u00e8 espressa a chiare lettere nella lettera enciclica <em>Pacem in Terris<\/em> di Papa Giovanni XXIII, che richiama la tradizionale posizione della Chiesa: \u201cl\u2019autorit\u00e0 proviene da Dio ed al suo autore deve conformarsi\u201d. Leggiamo nel paragrafo 27 della <em>Pacem in terris<\/em>: \u201cl\u2019autorit\u00e0 non \u00e8 una forza incontrollata: \u00e8 invece la facolt\u00e0 di comandare secondo ragione. Trae quindi la virt\u00f9 di obbligare dall\u2019ordine morale: il quale si fonda in Dio che ne \u00e8 il primo principio e l\u2019ultimo fine.\u201d. Immediatamente dopo si cita un passo del messaggio radiofonico di Pio XII nel dicembre 1944, pi\u00f9 sopra ricordato, per rimarcare che \u201cl\u2019ordine assoluto degli esseri e dei fini\u201d, in buona sostanza la realt\u00e0 nella visione cristiana, \u201cnon pu\u00f2 avere altra origine che in un Dio personale, nostro creatore. Ne consegue che la dignit\u00e0 dell\u2019autorit\u00e0 politica \u00e8 la dignit\u00e0 della sua partecipazione all\u2019autorit\u00e0 di Dio\u201d. Si sostiene, in altri termini, secondo il pi\u00f9 volte ricordato criterio della conformit\u00e0, che l\u2019autorit\u00e0 politica, mondana, \u00e8 tanto pi\u00f9 degna di essere riconosciuta e assecondata, tanto pi\u00f9 \u00e8 conforme alla volont\u00e0 divina. ll risvolto di questa teoria \u00e8 il rifiuto di ogni dottrina e di ogni sistema politico, in <em>primis<\/em> la democrazia, che non riconosca il primato divino: dei suoi principi, dei suoi valori e della sua morale.<\/p>\n<p>Un documento a noi contemporaneo, che \u00e8 allo stesso tempo una delle pi\u00f9 lunghe e sistematiche lettere encicliche mai prodotte da un pontefice, l\u2019<em>Evangelium Vitae<\/em> (25 Marzo 1995) di Giovanni Paolo II, \u00e8 assai significativo, in riferimento alla posizione della Chiesa sulla questione della democrazia e, pi\u00f9 in generale, al rapporto esistente tra legge civile e legge di Dio, ma pure al comportamento che il cristiano, e non solo, deve tenere nei confronti di una legge dello Stato ritenuta in contrasto con la legge morale, che proviene da Dio.<\/p>\n<p>L\u2019<em>Evangelium Vitae<\/em> in quanto enciclica si rivolge a tutti i cattolici e stabilisce linee di comportamento vincolanti sul valore e in difesa della vita. Ci si sarebbe aspettati che un\u2019enciclica sulla vita umana, diffusa alla fine di un secolo che ha visto due guerre mondiali e almeno quattro tentativi di genocidio, il tema centrale fosse stato la difesa della vita di quei milioni di persone vittime della guerra, delle persecuzioni variamente motivate, delle ingiustizie sociali e dello sfruttamento economico, che ogni giorno producono migliaia di vittime soprattutto in Africa, Asia e America Latina.<\/p>\n<p>I due temi che monopolizzano gran parte delle quasi cento pagine dell\u2019<em>Evangelium Vitae<\/em> sono invece l\u2019aborto e l\u2019eutanasia. Gi\u00e0 nell\u2019esordio dell\u2019 enciclica si sottolinea \u201cla <em>relativit\u00e0<\/em> della vita terrena dell\u2019uomo e della donna\u201d, in quanto essa \u201cnon \u00e8 realt\u00e0 \u2018ultima\u2019 ma \u2018penultima\u2019\u201d. La realt\u00e0 ultima ovviamente sarebbe la vita dopo la morte, la \u201cvita eterna\u201d e su questo presupposto si valuta la \u201crealt\u00e0 penultima\u201d, la vita che va dalla nascita alla morte.<\/p>\n<p>L\u2019aborto \u00e8 pi\u00f9 volte definito \u201cdelitto abominevole\u201d, passibile di scomunica <em>latae sententiae<\/em>, cio\u00e8 automatica. L\u2019eutanasia \u00e8 considerata una forma di suicidio, espressione della \u201ccultura della morte\u201d, che ha la pretesa di \u201cimpadronirsi della morte\u201d, \u201callo scopo di eliminare ogni dolore\u201d.<\/p>\n<p>Tra i vari argomenti portati a difesa delle tesi dell\u2019<em>Evangelium Vitae<\/em> in materia di aborto ed eutanasia, ci interessa in modo particolare quello che rinvia alla questione della sovranit\u00e0, in altre parole: a chi spetta decidere e definire le norme che riguardano la vita dell\u2019embrione e la scelta di porre fine all\u2019esistenza individuale, quando ad esempio persistano condizioni di sofferenza estrema e di degenerazione progressiva dello stato psico-fisico dell\u2019individuo? Condizioni che porterebbero ad uno stato meramente vegetativo e di perdita della coscienza.<\/p>\n<p>In un contesto democratico la risposta appare scontata: la democrazia \u00e8 una forma di governo che alla lettera significa potere (<em>kratos<\/em>) del popolo (<em>demos<\/em>), o se si preferisce dei cittadini. Il popolo detiene il potere, fissa le regole del governo dello stato, ne definisce i limiti, ad esempio della durata degli incarichi, e gli stessi principi costituzionali. Questi ultimi in democrazia si fondano sulla libert\u00e0 dei cittadini, tanto nella sfera pubblica che privata e sull\u2019uguaglianza dei cittadini innanzitutto davanti alla legge. Il soggetto che detiene il potere, il popolo, la comunit\u00e0 dei cittadini, ha un\u2019ampia autonomia decisionale i cui limiti sono stabiliti dallo stesso popolo, nel rispetto delle regole della democrazia, dell\u2019ordinamento dello Stato e degli accordi internazionali. Le regole che governano e ordinano la vita dei cittadini si selezionano attraverso proposte alternative, il confronto, la discussione e la scelta in base al criterio maggioritario. Alla base della decisione c\u2019\u00e8 il confronto tra le varie opzioni, tanto che la democrazia antica \u00e8 stata definita una \u201ccivilt\u00e0 della parola\u201d.<\/p>\n<p>La scelta \u00e8 considerata \u201cgiusta\u201d non perch\u00e9 conforme ad una presunta verit\u00e0, ma in quanto funzionale agli interessi della comunit\u00e0, al suo benessere e al suo sviluppo. La scelta \u00e8 \u201cgiusta\u201d in quanto utile all\u2019interesse collettivo e perch\u00e9 ritenuta la pi\u00f9 efficace ed opportuna in un dato contesto. Se cambiano le priorit\u00e0 che una comunit\u00e0 si pone, se emergono elementi nuovi di valutazione e se si modificano determinate circostanze, possono cambiare anche radicalmente le scelte e le regole. Il buon governante, in democrazia, \u00e8 un soggetto collettivo che in via diretta o delegata \u00e8 capace di individuare -in tempi e circostanze diverse e secondo gli obiettivi scelti- le soluzioni pi\u00f9 utili all\u2019interesse generale.<\/p>\n<p>In modo completamente diverso si pone la questione della sovranit\u00e0 in una prospettiva teocentrica o teocratica. Abbiamo visto nel corso di questo studio che nel monoteismo di tipo abramitico, prima ebraico, poi cristiano ed islamico, il Dio unico in quanto creatore di ogni forma di vita \u00e8 anche colui che ne dispone in modo del tutto incondizionato. In una prospettiva teocratica il potere appartiene a Dio e chi esercita il governo pu\u00f2 farlo solo in quanto espressione della volont\u00e0 di Dio ed in modo conforme ad essa. Per questo motivo, in varie lettere encicliche o prese di posizione, i Papi hanno ribadito che qualsiasi forma di governo \u00e8 accettabile se in linea con la morale, cio\u00e8 con la dottrina cristiana, espressa dalla dottrina e dal Magistero della Chiesa. Il che equivale ad assegnare alla Chiesa un insindacabile diritto di legittimazione o censura del potere politico, come \u00e8 avvenuto fino alle soglie della modernit\u00e0.<\/p>\n<p>Non voglio insistere su questo punto ma considerare in che cosa si traduce questa visione teocentrica, ad esempio in questioni \u201cvitali\u201d come quelle dell\u2019aborto e dell\u2019eutanasia, particolarmente importanti perch\u00e9 su di esse molti\u00a0 paesi liberal-democratici del vecchio come del nuovo Occidente hanno preso posizioni sostanzialmente contrarie alla dottrina della Chiesa.<\/p>\n<p>Nell\u2019<em>Evangelium Vitae<\/em> \u00e8 pi\u00f9 volte ribadito il \u201cprincipio fondamentale dell\u2019indisponibilit\u00e0 della vita\u201d da parte dell\u2019uomo. Tale principio per cui non sono io il proprietario della mia stessa vita, discende da quella che nella prospettiva cristiana \u00e8 una sorta di una norma fondamentale, pi\u00f9 volte riportata nell\u2019<em>Evangelium Vitae<\/em>: \u201csono io [Dio] che d\u00f2 la morte e faccio vivere\u201d. Il principale motivo per cui non si ammette l\u2019aborto e l\u2019eutanasia \u00e8 perch\u00e9 ritenuti contrati alla \u201cLegge di Dio\u201d. A questo tipo di valutazione si potrebbe obiettare che non si comprende perch\u00e9 chi non crede in Dio o appartiene ad un altro credo religioso debba attenersi ai precetti della Chiesa Cattolica Romana, di una delle centinaia di confessioni cristiane che negli ultimi due millenni hanno rivendicato il possesso esclusivo della verit\u00e0 e si sono spesso combattute fra di loro. Ma lasciamo da parte questa obiezione che un laico potrebbe fare in contesti multireligiosi e multiculturali, quali sono quelli delle contemporanee societ\u00e0 liberal-democratiche dell\u2019Euro-America. La questione che ci interessa \u00e8 un\u2019altra: Come si deve comportare il cristiano o semplicemente un \u201cuomo di buona volont\u00e0\u2019\u201d nei confronti di una legge dello stato che renda lecite pratiche come l\u2019aborto e l\u2019eutanasia, semmai scelte attraverso un referendum popolare e con una maggioranza schiacciante?<\/p>\n<p>Nell\u2019<em>Evangelium Vitae<\/em>, a proposito dell\u2019aborto si dice: \u201cNessuna circostanza, nessuna finalit\u00e0, nessuna legge al mondo potr\u00e0 rendere lecito un atto che \u00e8 intrinsecamente illecito, perch\u00e9 contrario alla Legge di Dio scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa\u201d.<\/p>\n<p>Nell\u2019enciclica si ribadisce che il \u201cdiritto alla vita\u201d non pu\u00f2 essere \u201cmesso in discussione sulla base di un voto parlamentare o della volont\u00e0 di una parte &#8211; sia pure maggioritaria &#8211; della popolazione\u201d.<\/p>\n<p>A proposito della dottrina che condanna l\u2019eutanasia in quanto \u201ccontraria alla legge di Dio\u201d si dice: \u201cTale dottrina \u00e8 fondata sulla legge naturale e sulla parola di Dio scritta, \u00e8 trasmessa dalla Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario e universale\u201d. L\u2019unica legge accettabile \u00e8 la \u201cLegge di Dio\u201d interpretata, trasmessa ed insegnata attraverso il Magistero della Chiesa.<\/p>\n<p>La legge degli uomini non ha alcun valore e non \u00e8 valida se in contrasto con la \u201cLegge di Dio\u201d, quindi non va rispettata perch\u00e9 \u201cbisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini\u201d. Ne deriva che \u201cnon \u00e8 mai lecito conformarsi\u201d ad una legge intrinsecamente ingiusta come l\u2019aborto e l\u2019eutanasia!<\/p>\n<p>Viste queste premesse, il giudizio sulla democrazia appare scontato: \u00e8 accettabile solo nei limiti in cui si conforma alla \u201cLegge di Dio\u201d, poich\u00e9 una serie di materie, come quelle appena ricordate, non possono essere considerate disponibili n\u00e9 dall\u2019uomo, n\u00e9 da maggioranze parlamentari.<\/p>\n<p>Nell\u2019<em>Evangelium Vitae<\/em> vi \u00e8 un giudizio assai poco conciliante sulla democrazia: \u201cIn realt\u00e0 la democrazia non pu\u00f2 essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralit\u00e0 o un toccasana dell\u2019immoralit\u00e0. Fondamentalmente, essa \u00e8 un \u2018ordinamento\u2019 e, come tale, uno strumento e non un fine. Il suo carattere \u2018morale\u2019 non \u00e8 automatico, ma dipende dalla conformit\u00e0 alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano deve sottostare: dipende cio\u00e8 dalla moralit\u00e0 dei fini che persegue e dei mezzi di sui si serve\u201d.<\/p>\n<p>Poich\u00e9 non sarebbe <em>politically correct<\/em> in un contesto liberal-democratico sostenere che la democrazia debba essere conforme alla \u201cLegge di Dio\u201d, si parla di \u201ccompatibilit\u00e0 alla legge morale\u201d, espressione usata -assieme a \u201clegge di natura\u201d &#8211; come sinonimo di \u201cLegge di Dio\u201d.<\/p>\n<p>Si sostiene inoltre che la democrazia \u201c\u00e8 un \u2018ordinamento\u2019 e come tale, uno strumento e non un fine\u201d. Sembra che si voglia intendere che attraverso lo \u201cstrumento\u201d dell\u2019ordinamento in democrazia si possano veicolare contenuti diversi che non sono in s\u00e9 \u201cmorali\u201d, ma possono avere un maggiore o minore grado di moralit\u00e0 a secondo del loro criterio di conformit\u00e0 alla legge morale, cio\u00e8 alla \u201cLegge di Dio\u201d.<\/p>\n<p>Descrivere la democrazia come un ordinamento appare riduttivo e per altri versi un\u2019 ovvia considerazione. Ogni sistema politico si traduce in un insieme di regole \u201cordinate\u201d sulla base di principi comuni, connessioni e funzionalit\u00e0 reciproche che ne fanno, appunto, un ordinamento atto a raggiungere gli obiettivi di quel tipo di governo: a partire dalla convivenza pacifica e ordinata, minimo comune denominatore di ogni forma di governo.<\/p>\n<p>La democrazia non \u00e8 un ordinamento che si pu\u00f2 riempire con qualsiasi contenuto, ma \u00e8 una forma di governo nella quale \u201cla sovranit\u00e0 appartiene al popolo\u201d, come recita l\u2019articolo 1 della Carta Costituzionale della Repubblica Italiana.<\/p>\n<p>Le democrazie moderne come quella inglese, americana e francese hanno ripreso questa forma di governo dalla Grecia, perch\u00e9 si sono riconosciute nei suoi presupposti (sovranit\u00e0 popolare) nei suoi principi (libert\u00e0, uguaglianza e solidariet\u00e0 fra i cittadini) e nelle sue procedure (divisione del potere e suo esercizio da parte della comunit\u00e0 nel suo insieme). Alla base della democrazia antica come nella moderna c\u2019\u00e8 il pluralismo religioso ed \u00e8 quindi inconcepibile che una delle religioni della comunit\u00e0 si imponga a tutte le altre e che coloro che se ne definiscono rappresentanti, come nel caso della Chiesa cattolica, si arroghino il diritto di rilasciare patenti di legittimit\u00e0 alle leggi e dispense dal rispettarle.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tratto da <em>The Myth of western civilization. The west as an ideological category and political myth,<\/em> NYC Nova publishers science, 2021.<\/p>\n<p>54.<\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][\/et_pb_column][\/et_pb_row][\/et_pb_section]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La prospettiva etnocentrica \u00e8 quella di un gruppo che considera la propria realt\u00e0, i propri valori, la sua specifica \u201cvisione del mondo\u201d (Weltanschauung), come criteri oggettivi ed universali con i quali avvicinare e \u201cgiudicare\u201d altre realt\u00e0 umane, altre culture e diversi sistemi di vita. 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Upholding one\u2019s reality and vision of the world as central leads to defining oneself as the paramount expression of humanity. It is well-known that many peoples define themselves through such expressions as \u201cthe race of men\u201d almost as if they alone fully represented mankind\u2019s humanity, thereby measuring the humanity of others \u2013 their customs, culture, language, belief system, etc. \u2013 according to their own categories, elevated to a universal criterion and considered as the highest expression of mankind. This way, the judgment passed on others by those who hold an ethnocentric viewpoint becomes a judgment of conformity, meaning that the value and\/or disvalue of the others is considered proportional to the closeness to or distance from one\u2019s own way of life, values, culture and customs. The classification values and criteria of the reality of a group or civilization are thus considered universal and absolute even though they are cultural products, and change according to geographical and historical conditions. In the Hellenic world, for example, belonging depended on sharing the same language, culture and gods, while in communities where religion was paramount, as with the Jews, Christians and Muslims, identity and belonging were defined by that very religion: \u201cthe people of God,\u201d \u201cthe community of believers (<em>Umma<\/em>)\u201d, that bring together those who share the same faith and belong as one. \u201cJoining\u201d or \u201cexiting\u201d the community of faith depended on one\u2019s adhesion to or rejection of a given faith.<\/p><p>By defining their identity coordinates, peoples, as well as any other non-ephemeral organic community, actually established the limits of inclusion or exclusion. By doing this they were actually setting the boundaries of civilization, the line separating the civilized from the barbarians. In the Greek as well as in the Roman worlds, the \u201cbarbarian\u201d was not a term that identified a specific people but one that defined the \u201cother\u201d with all the differences and specificities this implied. The barbarian was the \u201cnon-Greek,\u201d the \u201cnon-Roman.\u201d It was the catch-all term Greeks used to describe the civilized Persians and Egyptians as well as other coarser and less advanced peoples.<\/p><p>Claude L\u00e9vi Strauss overturned the valuation criteria by considering the affirmation of the dichotomy civilized \/ non-civilized, human \/ savage, cultured \/ barbarian as \u201cthe most remarkable attitude and feature of these savages,\u201d highlighting a viewpoint that is characteristic of the savage himself \u201cwho does not relativize the facts inherent to his group of belonging, who does not think in a decentralised way.\u201d<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a> But this \u201csavageness,\u201d which arises from the fact that his given identity, vision of life and specific customs are not relativized, leads to the universalisation of the particular and the elevation of the relative as an absolute. This is the infantile disorder of all peoples and is, at the same time, part of the development of any individual. During his lifetime man faces the difficulties of this process consisting in breaking free from his identity givens which are often experienced as being \u201cnatural,\u201d granted, immediate, without alternatives.<\/p><p>Ethnocentrism however is not an unavoidable fate, nor is it an exclusive or exclusionary condition. In a community, sense of belonging and identity awareness can cohabit with the recognition of and encounter with other cultures and peoples. Diversity can be accepted as a value and not as a non-value, and acceptance of complexity and plurality allows a community to relativize non only its specific condition of life but, for that matter, all conditions and identities<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>.<\/p><p>The ability to grasp the peculiarities of single cultures through the knowledge of specific milieus, conditions of development and relations between the peoples of the Mediterranean and the Near East \u2013 but also of more distant places from Africa to India \u2013 combines, starting from the Persian Wars, with a deeper reflection on one\u2019s own specificity, albeit not without an ideological streak arising from the conflict with the Persian empire.<\/p><p>While ethnocentrism may carry within a potential racist drift \u2013 one\u2019s specificity intended as the foundation to the right to command \u2013 racism intended as such developed as a doctrine endowed with scientific claims starting from the second-half of the 18<sup>th<\/sup>-century and its subsequent discriminatory logic in the first part of the 20<sup>th<\/sup>. This was achieved initially through discriminatory race laws and successively with the physical annihilation of the discriminated. This was the extreme consequence of the premises and logic of racism: the otherness that is seen as a non-value must be isolated, emarginated, pursued, destroyed; just as a virus must be identified, removed from the healthy body, neutralised so as to not cause further harm. Destroyed.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>In <em>Armenians-Aryans, \u201cThe blood myth\u201d, the race laws of 1938 and the Armenians in Italy<\/em>, NYC, Nova publishers science, 2016, pp. 6-8.<\/p><p>\u00a0<\/p><p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a><\/p><p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\"><\/a><\/p><p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle title=\"What is racism and what is it for?\" _builder_version=\"4.9.2\" _module_preset=\"default\" title_font=\"|700|||||||\" title_font_size=\"20px\" custom_margin=\"0px||12px||false|false\" title_font_size_tablet=\"\" title_font_size_phone=\"16px\" title_font_size_last_edited=\"on|phone\"]<\/p><p>For racists, men are divided into various races expressed through specific psycho-physical features, which are the two sides of the same identity consisting of the form (body) and the substance (spirit). Racists believed physical characteristics were the necessary and consequent manifestations of a certain spirit, of a given psyche, which, in turn, find expression and representation exclusively through certain facial and physical features: the body is the mirror of the soul and vice versa. A further element providing meaning and continuity \u2013 i.e. an identity and a history to the race \u2013 to this notion lay in the conviction that racial features were handed down from father to son in time and across generations through a process that led to the creation of a \u201crace.\u201d<\/p><p>Let us briefly recapitulate the issues we have outlined, starting with the initial one. The initial, and obvious, consideration to be made is that no human group presents the same features, whether they be psychic, characterial or pertaining to its alleged \u201cstyle\u201d or soul. While we may observe, at the most, physical features that are more recurrent than others in the bodily structure of people (height, skin and eye color, etc.), claiming we could define the \u201csoul\u201d or \u201cpsyche\u201d of the so-called Lapp or Italian races, would amount to slipping into ideology. It would be akin to making arbitrary, doubtful and entirely subjective constructions or myths, and to upholding \u201cpower ideas\u201d to give substance to subjective and emotionally charged models of references in turn capable of driving action by relying on mythical and\/or ideological categories of thought.<\/p><p>We can also reject the commonly accepted assumption of the correspondence between the body and the psyche by taking a closer look at the analyses carried out by the racists themselves. In reality, the idea of race initially served, in the 18<sup>th<\/sup>-century, to classify elements of the physical and natural world, such as plants and animals. It was only in the 19<sup>th<\/sup>-century that such criteria were improperly applied to define the characteristic features of so-called human races, from physical aspects such as skin and hair color, cranium size, all the way to even the single components of the face, such as the nose, lips and eyebrows.<\/p><p>An undue and indissoluble tie was thus established binding physical features with elements such as the psyche and the character, which were soon elevated to universal status becoming the common heritage of a continent, of Africans, of Asiatics, of the white and black races.<\/p><p>But the single factor that mattered most to racists didn\u2019t pertain to the spiritual sphere, to the human and cultural sphere proper. According to racists what truly defined race was the physical aspect, from which the cultural aspects (way of life) derived. The human and cultural spheres derived from the biological one (corporeity) according to an exquisitely deterministic rationale. Pseudo-scientists, advocates of pseudo-sciences such as physiognomy and phrenology, claimed they could define the character, psyche, ideals or miseries of single individuals by their facial traits or skull size, craniums being either dolichocephalic (elongated) o brachiocephalic (short). There were other arbitrary variants, too, like the facial angle conceived by Peter Camper, who believed that the differences in the angles (more or less straight or acute) as measured from a straight line drawn from the lips to the forehead could reveal the mysteries of the human soul: the well-shaped dolichocephalic skull of a white man, with blond hair and blue eyes, indicated kinship to a good race. The element presented as the incontrovertible evidence of the existence of races would be the one positing the existence of three races: the white, the black and the yellow. But this classification, too, didn\u2019t actually mirror reality, not only because Orientals, in particular the Chinese and the Japanese, actually have white and not \u201cyellow\u201d skins but also because there are significant variants of the white man and the African, without considering the Indio people and the native Americans who cannot be included in the \u201cthree\u201d races mentioned earlier. But whatever it may, the only \u201crace\u201d that mattered in terms of value was the white race, with the \u201cyellow\u201d and especially the \u201cblack\u201d considered as subaltern races.<\/p><p>This also explains why racism historically developed \u2013 at least in its earliest and not openly declared forms \u2013 as an attempt to give a justification to colonialism and the slave trade, to the reduction of men who lived free in their ancestral lands to exploited and dominated colonial subjects or, worse, to human beings deprived of the right to decide over their own lives and destiny, forcefully removed from their homes and enslaved.<\/p><p>In the modern era, this question arose in the 16<sup>th<\/sup>-century <em>disputaziones<\/em> regarding the fate to be reserved to the Indios considering that their nature and value as human beings were still unclear to the Spanish masters. The issue was to be resolved in a 1537 encyclical entitled <em>Sublimis Deus<\/em> where Pope Paul III, the maximum authority in Christendom, peremptorily declared that the native peoples of South America were, indeed, <em>veri homines<\/em>, \u201creal men\u201d.<\/p><p>One of the progenitors of racism was the trade of human beings, enslaved and transported from Africa to meet the demand for a servile labor force. These human beings came at zero cost because they were \u201cgoods\u201d that had been plundered in their territories of origin, in Africa. This ignoble practice engendered racist theories according to which the exploitation of millions of men and women could be justified because it involved not fully-fledged human beings but slaves, not by accident but by nature, as affirmed in a famous and controversial Aristotelian thesis.<\/p><p>In other terms \u2013 and herein lies the crux of the matter \u2013 any race theory, doctrine or myth conceals and refers to an attempt to justify a people\u2019s domination over another, starting with the assumption that races exist and respect a value scale expressed at various levels \u2013 from power to aesthetics \u2013 legitimizing the government of the better over the less endowed, who also happen to be the less civilized, \u201cbeautiful\u201d and capable.<\/p><p>Thus, the core of any race theory can be expressed in the following way: as there are races that have been hierarchically ordained, those that best represent and enshrine the ideal of man \u2013 physically and culturally \u2013 have the natural right to govern the world according to their higher culture, superior operative, administrative and technological skills and, last but not least, \u201cmilitary\u201d and destructive might.<\/p><p>The domination of one or more peoples over the others, colonialism, slavery, and racial segregation are thereby legitimized \u2013 or supposedly legitimized \u2013 by these assumptions.<\/p><p>If we were to set racism not against its constituent backdrop of power and domination we would gain a misleading view of it that would be of no help in gaining insight on the historical phenomenon that tragically affected European politics in the 19<sup>th<\/sup>- and 20<sup>th<\/sup>-centuries and, in particular, on that form of racism, going by the name of anti-Semitism, which led in just a few years to the murder of various millions in the heart of civilized Europe.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>From<em> Armenians-Aryans, \u201cThe blood myth\u201d, the race laws of 1938 and the Armenians in Italy<\/em>, NYC, Nova publishers science, pp.10-13.<\/p><p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle title=\"Purple classicism: The role of the Phoenicians in the birth of the European civilization\" _builder_version=\"4.9.2\" _module_preset=\"default\" title_font=\"|700|||||||\" title_font_size=\"20px\" custom_margin=\"0px||12px||false|false\" hover_enabled=\"0\" title_font_size_tablet=\"\" title_font_size_phone=\"16px\" title_font_size_last_edited=\"on|phone\" sticky_enabled=\"0\"]<\/p><p>Seen from another perspective, the notion of classicism appeared inadequate to define and be identified with western civilization. If by the term \u201cclassical world\u201d we wished to indicate the ambits of culture, research, arts, exploration, sciences, if we intended by it all that civilization was grounded on, then the classical world cannot be identified exclusively with the West. Not only because realities such as Greece \u2013 with which the classical world has come to be identified \u2013 have often been the outcome of the welding of different cultures, but also because the civilizing effects from other parts of the world have been ignored in and removed from European cultural history. In other terms, the classical world, which continues to be pointed out as the source of a significant part of western civilization, was never really an exclusively Graeco-Roman achievement, but the outcome of a significantly more complex network of relations involving numerous peoples and cultures.<\/p><p><img class=\"wp-image-252 alignnone size-full\" src=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/colonne-del-Tempio-Fenicio-di-Baalbek.jpg\" alt=\"\" width=\"1000\" height=\"667\" \/><br \/><strong>Phoenician temple of Baalbek<\/strong><\/p><p>In this light, a paradigmatic case was represented by the Phoenicians, a people that for nearly one-thousand years played a key role in various ambits of Mediterranean history. Outstanding navigators, traders, explorers, and colonists, for the Phoenicians the sea was the unifying element of their life and history. Stretching from present-day Lebanon to a small part of Syria (from the Gulf of Alessandretta to the Strip of Gaza), their birthplace, Phoenicia, featured a political organization made up of free, self-governing \u201ccity states\u201d, often linked to each other by religious ties and federative agreements, not unlike the Greek model.<\/p><p>The Phoenician key cities of Tyre, Sidon, Tripoli and Byblos were behind the colonization process that affected a significant portion of the Mediterranean basin, the western coast of Africa to Gibraltar, but also the coast of Southern Spain and several large islands, namely western Cyprus, Sicily and Sardinia. The Phoenicians also colonized the Atlantic coasts of Morocco and Spain, thanks above all to the expansionary drive of Carthage.<\/p><p>According to tradition, Tyre\u2019s firs colony was Cadiz \u2013 the Gadir of the Phoenicians and the Gades of the Romans. This coastal colony, as all Phoenician colonies, traditionally dated back to the 12<sup>th<\/sup>-century BC. Here lay the base of Hannibal\u2019s Italian campaign; at Gadir, at the westernmost edge of Phoenicia and the then known world, the Carthaginians held their last stand in Spain.<\/p><p>The most acclaimed western colony of Phoenicia was <em>Qart Hadasht<\/em>, the \u201cNew City\u201d, and mistress of the seas like her mother city Tyre of which Ezekiel said \u201cYour domain was on the high seas\u201d. Defined by Polybius (XVIII,35,9) at the eve of the third Punic War as \u201cthe richest in the world\u201d and by Appian as the second or third most powerful city after Rome, Carthage was the only Phoenician colony whose foundational myth was mentioned in Virgil\u2019s <em>Aeneid<\/em>.<\/p><p>Along the lines of Greek colonialism, Carthage would in turn become the founder of other colonies and, after the demise of Tyre in 573 BC, emerge as a point of reference as well as protector of the Phoenician sphere of the Mediterranean.<\/p><p>Scholars largely agree that Phoenicians left no written record of their own. What we know of them comes above all from their competitors, namely Jews, Greeks and Romans, who, it should be observed, handed down accounts of the Phoenicians at the time they were vying with each other for economic and military supremacy.<\/p><p>Homer tells us Phoenicians were traders and pirates, besides being the Greeks\u2019 toughest commercial rivals in the Mediterranean. The Phoenicians also formed the backbone of the Persian imperial fleet that clashed with the Greeks at the Battles of Artemisium, Salamis and Eurymedon.<\/p><p>The Phoenicians\u2019 lasting legacy was, however, their ability in trade. While Pliny claims it was the Carthaginians who invented trade (<em>Naturalis Historia<\/em>, VII, 199), commercial activities by Phoenicians in the Mediterranean and the western coast of the Atlantic had actually started a few centuries prior to the foundation of Carthage, around the same time or just before that of Rome as testified in other sources.<\/p><p>The name itself the Greeks gave them was connected to an activity involving the manufacturing and sale of clothing and textiles in Tyrian purple, which was extremely difficult to make and very expensive and, therefore, available only in imperial courts and among the wealthy aristocracy of the Mediterranean. The Phoenicians, were therefore those who produced and traded fabrics in Tyrian purple, a dye obtained from the secretion produced by several species of predatory sea snails in the family Muricidae.The Phoenicians were the forerunners of free enterprise who already in Homeric times operated in full autonomy. As merchants and navigators, they relied on a wide web of contacts, markets and colonies they themselves had set up in a geographic space stretching from Anatolia to the Atlantic, across the entire Mediterranean.<\/p><p>The Phoenicians transported and traded merchandise they themselves produced or collected in the trading posts they visited: from the islands of northern Europe, where metals abounded, they collected tin, copper and silver; from the Atlantic coast of Africa, they gathered ivory, gold and exotic animals. But in reality, there was precious little the Phoenicians didn\u2019t buy, transport, sell and barter: from glass to wine, pottery oil and salt. Not to mention tuna, which was mainly fished in Sardinia where, in addition to the lucrative cereal business, the Phoenicians also traded along the metal, salt and tuna \u201croutes\u201d. It is no coincidence that many <em>almadraba<\/em> sites on the island were connected to ancient Phoenician settlements.<\/p><p>The holds of a number of Phoenician shipwrecks along the Italian coastline contained mixed cargo consisting of a wide variety of goods, especially Greek and Etruscan amphoras and pottery.<\/p><p>The Phoenicians\u2019 natural element was the sea. What Appian said of the Carthaginians, defined by the historian as <em>thalassobiotoi<\/em>, \u201cinhabitants on the sea\u201d, certainly applied to the Phoenicians as well. They dwelled on ships, which were their real homes: From the 10-metre-long boats to the trireme and the large cargo ships that could transport large quantities of merchandise. On their ships, the Phoenicians navigated, explored, traded and fought as undisputed masters of what the Greeks called the <em>techne nautike<\/em>, of the nautical technique or art of navigation. Even the sea combat among triremes involved extreme dexterity and consisted in essentially two maneuvers: the penetration (<em>diekplous<\/em>) and the encirclement (<em>periplous<\/em>) of the enemy fleet \u2013 tactics that required perfect training on the part of the rowers and sailors whose concerted action was aimed at ramming and sinking the enemy ship with their ships\u2019 rostrum.<\/p><p>The trireme was essentially a surface torpedo that rammed the flank of the enemy ship and sunk it. The lethal weapon was thus the trireme itself, its ability to pick up speed and its force of impact and penetration, which was ensured by the prowess of the rowers and sailors. Many scholars believe it was the Phoenicians the original constructors of the trireme notwithstanding Thucydides\u2019 claim that it was the Corinthians who first built one in Greece.<\/p><p>It is a fact well known that Phoenician and Punic ships were a model of nautical engineering. Polybius gives an account of two famous events during the first Punic war when the Romans were successful in capturing two quinqueremes, which they then used as a model to copy (I, 20, 59). Appian reports of an episode occurring during the third Punic war that he couldn\u2019t quite explain. The incident concerned the unexpected sortie of a flotilla of 50 warships from the military port of besieged Carthage. For the Romans, too, the event was inexplicable because barely a few weeks earlier they had seen with their own eyes that the naval blockade was working and that the military arsenals of Carthage were empty. The treaty of 201 BC had in fact imposed on the Carthaginians a military fleet of no more than 10 warships. As archeological evidence would show, the explanation for the appearance out of the blue of those ships lay in the ability of Carthaginians to build prefabricated vessels that could be rapidly assembled, ready for use.<\/p><p>The Phoenicians\u2019 seafaring ability didn\u2019t depend exclusively on the technical excellence of their ships, but also on their outstanding sailing skills, which allowed them to navigate across the seas of the known world. \u201cThe Phoenicians were the first to rely on the observation of stars to navigate\u201d, Pliny wrote. While Strabo (XVI, 23) greatly admired the Phoenician seamen\u2019s ability \u2013 especially the sailors from Sidon \u2013 to sail at night, which they were able to do by combining the study of astronomy with mathematical calculations. The constellations they relied on were essentially the Great Bear and the Little Bear because their stars rarely \u201cdipped in the ocean\u201d as we read in Homer and Virgil, meaning that they remained visible at all latitudes. For the Phoenicians, a <em>Fidissima Nautis<\/em>, a \u201chighly reliable guide\u201d, was the Little Bear which, as Silius Italicus pointed out, was also known as the <em>Phoinike<\/em>, the \u201cPhoenician Star\u201d.<\/p><p>Full grasp of the marine environment, ability as shipbuilders, navigational skills aided by mathematical calculations and astronomical observation which allowed them to sail at night and engage routes that were not accessible to others, allowed the Phoenicians to record a series of extraordinary achievements. Such feats included the periplus of Africa \u2013 of which Herodotus has provided us with a fascinating account \u2013 and the exploration of the cold seas of Northern Europe, which were practically unknown to the Greeks and Etruscans. Records have also survived of the outstanding exploits of the Phoenician commanders in the fleet of pharaoh Necho II (609-504 BC), such as Himilco and Hanno the Navigator.<\/p><p>But the Phoenicians\u2019 wasn\u2019t just a \u201cpractical\u201d knowhow arising from a distillation of age-old experience. Strabo recalls that the Greeks learned from the Phoenicians the astronomy and mathematics the latter developed and applied during nocturnal navigation. The Phoenicians had established a link between observation, research, application and verification of the results that enabled them to reconsider the theoretical given according to a procedure that lay at the base of modern research.<\/p><p>It has been poignantly sustained that \u201cnothing stopped the Phoenicians\u201d: They were unfazed by extreme distances, by the conditions of the sea, by the hostility of the populations encountered. Himilco was the first known admiral to have explored the Atlantic coasts of Europe, probably sent out by the Carthaginian senate on a mission to establish commercial routes with the Cassiterides, metal-rich islands located south of England.<\/p><p>But the Phoenicians were inventors and innovators not only in the area of commercial navigation. Greek authors including Herodotus (V, 85), Diodorus Siculus (V, 74, 1) and Pliny, in his <em>Natural History <\/em>(V, 13, 67), agree that the Phoenicians were the inventors of the alphabet. It was an invention that revolutionized the history of humanity in the Mediterranean and successively in the world because it marked the shift from the cuneiform, a writing consisting of some 600 signs taught to and mastered by a small elite after a long and difficult process, to an easily comprehensible standard set of\u00a022 consonants: \u201cIt was an invention that allowed a very broad segment of the population to gain access to writing and therefore to knowledge, consequently enabling more witnesses to write history\u201d.<\/p><p>When centuries later writing combined with paper \u2013 a Chinese invention the Arabs successively developed \u2013 the simplified representation of knowledge made accessible to all through the alphabet would be able to rely on a formidable tool of conservation. For paper was at the same time also an extraordinary means for the diffusion of the fruits of knowledge and human knowhow.<\/p><p>The representation, conservation and diffusion of language, that is, of human knowledge and thought, were the essential preconditions allowing a given culture and civilization to develop and have conscience and memory of itself. History has shown us that such preconditions were set by the three peoples that were commonly considered as quintessentially anti-Western: the Phoenician, Chinese and Arab.<\/p><p>If the Phoenicians were viewed as the builders of a maritime civilization and the inventors of the written word, they could also be considered, at least according to the Punic version, as constructors of a land civilization.<\/p><p>In stressing to senators the threat that Carthage continued to pose despite having been twice defeated already, Cato the Elder took with him to the senate a basket of figs, pointing out that they had been freshly picked in Carthage just three days earlier. What Cato wished to drive home was that Carthage was near, prosperous and dangerous. The Roman senate got the message and took steps to start a fresh war against Carthage, the third, which led to its ultimate annihilation.<\/p><p>After the first Punic War and the loss of western Sicily, followed soon after by the occupation of Sardinia, seized by the Romans with a <em>coup de main<\/em>, Carthage went about rebuilding its navy in southern Spain, which acted as an operative base for its economic and commercial interests. This was taken by Rome as a pretext for its second conflict with Carthage, which ended with the Battle of Zama and the consequent decline of Carthage both in terms of territorial extension and strategic importance. Following the second Punic War, Carthage lost all its Mediterranean possessions, maintaining a hold only in the African interior. Once again, Carthaginians showed great resilience. They reshaped their economy by strengthening agriculture in the African territory, achieving results that were in many ways astounding. Diodorus Siculus tells of vast expanses of farmed lands around Carthage that looked more like gardens than agricultural fields. The Roman senate was so impressed by Carthaginian agriculture that it commissioned a Latin translation of the 28 volumes of Mago\u2019s work on agronomy.<\/p><p>Authoritative Greek and Roman authors acknowledged the value of both the Eastern and Western Phoenicians. Aristotle considered the Carthaginian political system similar to the Spartan\u2019s, while Cicero attributed Carthage\u2019s 600-year domination to the political principles it upheld.<\/p><p>The contribution of the Phoenicians was not limited to nautical technique, invention, exploration, or Trans-Mediterranean and intercontinental trade, but also impacted law, a field that Greeks and Romans always believed was theirs. Michael Sommer writes: \u201cThe Greek word <em>poinikazein<\/em> (\u2018to write like a phoenician\u2019) appears in an epigraph. The term approximately meant \u2018to draw up a statute\u2019, while a <em>poinikistas<\/em> was an expert appointed by the public authorities to draft laws. If a language was trustworthy, it was because the Phoenicians lay at the origins of their <em>polis<\/em> and legal tradition.<\/p><p>The millenary history of the Phoenicians proved just how futile was the category of \u201cWest\u201d to explain historical events in the ancient and contemporary contexts. The Phoenicians were present across the Mediterranean, and if their lands of origin lay in the east, it was they alone who colonized the Atlantic coasts of Spain and northern Africa. Even Hannibal\u2019s military campaign against Rome was seen from the Roman side as the attack of an enemy hailing \u201cfrom the remotest regions of the world, from the straits of the ocean and the pillars of Hercules\u201d, and from the Punic perspective as the feat of a military leader who came from the West \u201cto wipe out the name of Rome and bring freedom to the world\u201d.<\/p><p>In the light of the observations made thus far, we can agree with Michael Sommer that the \u201cclassicistic perspective from which ancient Mediterranean civilization was viewed appeared to be scientifically outdated and even tarnished by a degree of Eurocentrism\u201d. The Greek and Roman world was strongly impacted by other cultural influences, among which that which was autonomously exerted by the Phoenicians, who for centuries played a key role in navigation, exploration, astronomy, trade, etc., contributing significantly to developing those endeavors. Thus, \u201cthe paradigm of a Mediterranean world divided in East and West\u201d appears to be inadequate, thanks also to the presence of such spheres of influences: \u201cIt was the Phoenicians who showed that the time had come to replace this paradigm with new models strongly focused on multipolar connections and single players\u201d\u00a0 <em>The Myth of western civilization, pp.159-170<\/em><\/p><p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle title=\"The many christians religions of West\" _builder_version=\"4.9.2\" _module_preset=\"default\" title_font=\"|700|||||||\" title_font_size=\"20px\" custom_margin=\"0px||12px||false|false\" title_font_size_tablet=\"\" title_font_size_phone=\"16px\" title_font_size_last_edited=\"on|phone\"]<\/p><p>\u2026starting with the Edict of Constantine, which turned Christianity into a <em>religio licita<\/em>, that is, a religious creed recognized and admitted in the empire, and successively under Theodosius when it was elected as the imperial religion, Christianity emerged as the religion of Europe and Europe as the Christian continent. The history of Europe and, thanks to its political, military and economic dominance, the history of the world were made to start with Christianity: The birth of Christ represented a dramatic caesura in the flow of time by establishing a before and an after, an <em>ante <\/em>and a <em>post<\/em> <em>Christum<\/em>. The universally acknowledged chronology was set with the birth of Christ, so that we are presently in the 21<sup>st<\/sup>-century because of an event \u2013 the birth of Christ \u2013 that gave new meaning to time.<\/p><p>In just a few centuries, Christianity not only emerged as Europe\u2019s religion but also as its culture. It would influence and shape all aspects of life, both private and public, and the history of Europe would become the history of its \u201cChristian centuries\u201d.<\/p><p>In reality, identifying Europe or Euro-America,\u00a0 as it has been defined, that is the liberal-democratic West, with Christianity, is somewhat complicated. Although Europe and the United States are, at least formally, two Christian continents, it would be more appropriate to affirm that in Europe, in the United States and in other western contexts, such as Canada and Australia, various forms of Christianity have emerged over time. These forms of Christianity have coexisted in contrast with each other and even clashed violently, reciprocally excommunicating each other.<\/p><p>The contrasts within the community of the followers of Jesus emerged soon after the death of the Master and concerned various aspects ranging from the choice of which segment of society should be the beneficiary of the Christian Good News, to doctrine, that is, the elements on which faith should be built on, to liturgy, to the organization of the community of faithful and to its internal hierarchy, which would shape and orientate doctrine and discipline of the \u201cpeople of God\u201d of their leaders, that is, their clergy in its various orders and rank.<\/p><p>Amsterdam\u2019s <em>Rijksmuseum<\/em> keeps a 1560 print of the \u201cTree of Heresies\u201d. A tree is portrayed, whose roots go deep in the body of Satan, with branches bearing 120 inscriptions, almost if they were fruits, listing as many heresies.<\/p><p><strong><img class=\"wp-image-266 alignnone size-full\" src=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/albero-delle-eresie.png\" alt=\"\" width=\"718\" height=\"868\" \/><\/strong><\/p><p><strong>Tree of Heresies, Rijk Museum, Amsterdam<\/strong><\/p><p>Under the print, on the two sides, are two sentences, respectively by Irenaeus and Augustine of Hippo, against Simon Magus, the protoheretic, the first of all the heretics<\/p><p>On the upper part of the tree, on the last branch on the right, there is the face of a man wearing a Turkish turban with the following writing: \u201cMohammedanism in the East and in the South\u201d, while on the last branch on the left there is the effigy of a man with tiara, with the writing \u201cPapism in the West and in the North\u201d.<\/p><p>There should be no surprise that Calvinist Holland, strongly opposed to Philip II of Spain, champion of Catholicism at its most intransigent, would be hostile to the Pope in Rome, guide of all Catholics. What surprises, though, is the placing of the Pope of Rome on the same level of Muhammad, the prophet of Islam who, also surprisingly, is considered a heretic.<\/p><p>According to this perspective that spread in Europe in the middle ages and beyond, Islam would appear to be a Christian heresy. Consequently, if we were to consider Christianity, in its various articulations and doctrines, both orthodox and heterodox, as the religion of the West, we would also have to include in its fold Islam as well. From this point of view, that clash of civilizations Samuel Huntington envisages \u2013 the clash between Christianity and Islam \u2013 would become a contrast within Christianity, as I will try to point out further ahead.<\/p><p>Even a necessarily brief reconstruction of what heresy and being heretic meant in early Christianity by relying on an hermeneutical method that continued to be used until modern times, would shed light on just how complicated connecting the West and Christianity would be; how it is no more than a bold simplification.<\/p><p>The notion of Christianity, too, is somewhat complex, to the extent that in terms of theology, doctrine, liturgy and church organization, it would be more appropriate to speak about multifaceted aspects of that we know is the Christian religion. These are manifestations that over the past two millennia have been considered alternative and incompatible. For this reason, it would be more appropriate to view Christianity as an articulated and differentiated movement requiring to be considered pluralistically: Not \u201cChritianity\u201d but \u201cChristianities\u201d.<\/p><p>These are considerations that could engender a traditional and orthodox reply of this kind: \u201cChristians, all Christians, recognize themselves in Jesus and His salvific mission, in His teachings testified in the four gospels of the canon and the mission of the apostles\u201d.<\/p><p>In reality, the bitter and highly contentious debate that divided the early Christians and led to the decisive Council of Nicaea in AD 325, centered around the key Christological issue of the divine nature of God the Son and his relationship to God the Father.<\/p><p>The Council of Nicaea, the first ecumenic council of Christianity, was attended by some 300 bishops from principally the eastern regions of the Empire and took place in the imperial palace in the presence of emperor Constantine, who convened the assembly and ultimately influenced its proceedings by expressing himself in favor of the consubstantiality (<em>omousia<\/em>) of Father and Son, a doctrine that differed from that sustained by Arius and his followers who believed Father and Son were two distinct beings<\/p><p>The Nicaean Council sustained that \u201cthe Son is not only like (<em>homoios<\/em>) but identical to the father (<em>tauton<\/em>)\u201d, a doctrine that was backed and ratified by Costantine who sent out to \u201cthe governors of provinces an imperial mandate [\u2026] through letters sent to each of them, commanding them to fulfil [\u2026] instructions completely.\u201d.<\/p><p>In the <em>Life of Constantine the great<\/em> by Eusebius, the bishop of Caesarea who held views that had points of contact with the Arian doctrine, it was reported that Constantine considered the Council rulings as expressions of the divine will (III, XX). For the emperor, heresy was a form \u201cof rebellion and insubordination\u201d (III, LX) and to this end prohibited heretics to gather assemblies, even in private, and confiscated their meeting places (III, LXV). \u201cThe books of these persons [were] hunted out\u201d and those who continued in their \u201cforbidden evil practices\u201d were caught (III, LXV-LXVI). The Council rulings were influenced by imperial authority and sanctioned with the ecclesial punishment of excommunication. In this light, excommunicated dissenters could be exiled by the state, while dissenting bishops could lose their bishoprics.<\/p><p>The very harsh measures imposed by the Council of Nicaea on those who opposed the doctrine, upheld by Costantine, of the identity of substance of Father and Son, reduced the number of dissenting bishops to just two.<\/p><p>The righteous doctrine emerging at Nicaea would thus become not only the most widespread, the one supported by the large majority of the clergy \u2013 the doctrine of the Great Church \u2013 but also the doctrine shared and protected by political power.<\/p><p>The contrasts and divisions within the early Christian community, some of which would remain unresolved all the way to the modern age, were engendered not only by doctrine but also by a wide range of issues concerning the liturgical calendar or the organization of the church. A question that caused tension and led to confrontation regarded, for example, the <em>lapsi<\/em>, that is, those who had committed apostasy but wished to return to the church following the persecutions triggered by the edict of emperor Decius.<\/p><p>Within the Church, some bishops, like Cyprian, were more indulgent with regard to the <em>lapsi<\/em>, while others, like Novatian, took up a more intransigent stance by not allowing any of those who had lapsed to be reconciled, upholding a position that would lead to a schism.<\/p><p>But contention within the community of Christians concerned principally doctrine and theology, which would become a recurrent feature throughout the history of Christianity. Doctrinal and theological issues did not exclusively concern the figure of Jesus Christ, his message, and the earliest organizational structure of the Church, but widened to include basic questions such as the nature of God and creation, life after death and the resurrection of the flesh, to mention some of the questions raised by that complex movement going under the name of Gnosticism.<\/p><p>[\u2026]<\/p><p>The doctrines believed to be heretical and those proclaimed to be orthodox by the Great Church \u2013 i.e. the Roman Apostolic church \u2013\u00a0 and the schisms, intended as the separation from the latter in the name of the \u201crighteous doctrine\u201d, that is, of orthodoxy, are a recurrent feature in the history of Christianity, which has never been at any time in history a unitary phenomenon. If we were to insist on the Christian roots of Europe, we should be insisting on different and often alternative roots.<\/p><p>In Christianity, right from the outset the overcoming of the alternative between orthodoxy and heresy, between the doctrines of the Great Church and those put forward by theologians and communities considered to be heterodox and schismatic, never occurred through dialectical confrontation or doctrinal clarification. The ascendency of an option over the other, of orthodoxy over heterodoxy, almost invariably took place against a backdrop of power relations, where the dominant doctrine was always identified with orthodoxy and linked to those who held power. This occurred also when in other geographical contexts the same doctrinal position was considered heretic and schismatic, as transpiring in Europe during the religious wars between Catholics and Protestants.<\/p><p>There were, nevertheless, several criteria that could be relied upon to uphold orthodoxy and ensure one was in line with the \u201crighteous doctrine\u201d as opposed to the other doctrines.\u00a0 Chief among these criteria \u2013 one that was endorsed by all Christian churches \u2013 was kinship to tradition. Tradition was about the spreading of the \u201cgood news\u201d preached by Jesus Christ and believed to be, at the same time, the word of God. But the latter could be spread only by the legitimate representatives and bearers of the holy word: The prophets, Jesus Christ and the apostles. Towards the end of the 2nd-century BC, Irenaeus of Lyon introduced in the lexicon of Christian doctrine the expression <em>apostolike paradosis<\/em>, the \u201ctradition of the apostles\u201d, meaning that the one and only church originated from the apostles and continued through the bishops, their successors, who perpetuated the mission.<\/p><p>Tertullian would take up, develop and codify the notion of tradition, which can best be expressed in the formula: \u201cea regula... quam ecclesia ab apostolis, apostoli a Christo, Christus a Deo tradidit\u201d.<\/p><p>Tradition substantiated the appropriate handing down of the original message, which was therefore conserved unaltered in its fullness. The apostles were the guardians of the message of Christ: Through the Gospels, they canonized the message and through their successors, the bishops, they perpetuated it. Thanks to a scrupulous handing down of the divine word and thanks to the chain of ministers and their successors, the true Catholic church \u2013 the universal and apostolic church founded by the apostles of Christ \u2013 was thus established. In the Roman apostolic church, the tradition of teaching and priesthood was definite, consistent and certified.<\/p><p>On the contrary, heretical doctrines were considered recent and of dubious origin, and the diffusion of doctrine by churches that had no authority in handing down the word of God and in representing the community of faithful was entirely arbitrary.<\/p><p>From <em>The Myth of western civilization. The west as an ideological category and political myth, <\/em>NYC, Nova publishers science, 2021, \u00a0pp.116-125.<\/p><p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle title=\"Arab science and modern Europe\" _builder_version=\"4.9.2\" _module_preset=\"default\" title_font=\"|700|||||||\" title_font_size=\"20px\" custom_margin=\"0px||12px||false|false\" hover_enabled=\"0\" title_font_size_tablet=\"\" title_font_size_phone=\"16px\" title_font_size_last_edited=\"on|phone\" sticky_enabled=\"0\"]<\/p><p>Christianity heralded a new chronology; a new history, a new vision for man and of life and, therefore, a new existential perspective at the core of which lay the evangelic message, as understood by the Roman Catholic Church, and a reality whose existence was justified by a dubious interpretation of a phrase attributed to Jesus Christ. During the long centuries of that \u201cage of obscurity\u201d labelled as the middle ages \u2013 a period conventionally running from the fall of the Roman Empire (476 AD) to the discovery of America (1492) \u2013 \u201cpagan\u201d culture in its multifarious diversity went out of the picture, especially during the high medieval period, from libraries, from schools, from the memory of European man. The revival of Greek culture and its numerous manifestations would take place only in the Renaissance, when a sharp break from the medieval period occurred, and Greek and Roman tradition became the driving force in all ambits of speculation and endeavor.<\/p><p>But the Renaissance didn\u2019t come from nowhere and it certainly didn\u2019t create the scientific method or the \u201cclassical\u201d and humanistic approach to human aspiration out of nothing. It would be more appropriate \u2013 as has been pointed out \u2013 to speak of the \u201crenaissance\u201d of an academic tradition that had been lost in Europe for a long time. That resurrection was possible thanks not least to the discovery of Greek and Arabic texts and of their Latin translations, just as had occurred earlier when Islamic scholars discovered those works from Ancient Greece that had apparently been lost. Key to this reawakening would also be the successive conquest of Spain, which allowed the scientists of the Renaissance to gain access to the founts of knowledge that were the libraries of cities like Toledo, Cordoba and Granada.<\/p><p>Interest for Greek culture and science first, and crucially, emerged in the Arab world, specifically in the Abbasid Empire. It was here under Al-Mansur, the second Abbasid Caliph and founder of Baghdad, that scholarly research flourished, supported and best exemplified by the Translation Movement whose purpose was the translation of Greek works into Arabic.<\/p><p>In reality, the languages involved in this monumental endeavor, which started in the first-half of the 9th-century and would last for nearly two centuries, were not only Greek and Arab in a straightforward two-way direction. Several Greek texts had previously been translated in other languages, in Syriac, for example, and then into Arabic. Other texts came from an altogether different geographical and cultural setting like India, where research on algebra and astronomy had progressed significantly, or Persia, where scholarly inquiry in various fields had been promoted initially by the Achaemenid and successively by the Parthian and Sassanid rulers.<\/p><p><img class=\"wp-image-267 alignnone size-full\" src=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/Astrolabio-Arabo.jpg\" alt=\"\" width=\"1000\" height=\"667\" \/><\/p><p><strong>Arab astrolabe<\/strong><\/p><p>There existed in the Sassanid empire several versions of a legend according to which Alexander the Great, after having conquered the Persian empire of Darius III Codomannus, commissioned the translation in Greek of the sources of Persian knowledge and wisdom, which he then destroyed: \u201cAlexander, the king of the Greeks, departed from a city of Byzantines called Macedonia to invade Persia [...].\u00a0 He had copies made of everything that was kept in the archival treasures of Persepolis and had them translated in Byzantine and Coptic. And after all that he required had been copied, he ordered all that was written in Persian to be burned\u201d.\u00a0 Therefore, the translations from Greek to Arabic were presented in Abbasid Persia as Persian thought appropriated by the Greeks.<\/p><p>Many languages were involved in that truly impressive Translation Movement: Sanskrit, Pahlavi (Middle Persian), Syriac, Armenian and, naturally, Greek and Arabic. A number of texts that were translated in Arabic were the outcome of translations of works coming from a wide geographical area spanning from Greece to China and from Egypt to Afghanistan. A key role in the Translation Movement was played by works written in Greek, which dealt with an astounding range of disciplines.<\/p><p>The Translation Movement, promoted by the early Abbasid Caliphs, revitalized Hellenism in all its multifarious aspects, giving new life to its contents in a different historical and cultural context. Each translation is an interpretation, a reworking and a rewriting, where the interpreter doesn\u2019t only offer a new form but opens the way to fresh hermeneutical point of views.<\/p><p>Each translation is not only a new rendition of a text but is also a reaching beyond, and is in some ways the outcome of the encounter of two realities and of two personalities that conceal themselves in the original and translated text. The center of the Translation Movement from Greek to Arab was in the Baghdad of al-Ma\u02bem\u016bn, in what was known as the <em>Bayt al-\u1e24ikma<\/em>, \u201cthe House of Wisdom,\u201d which was probably a place that really existed, most likely a library or a place where research and translation were carried out. Such venues of scholarly pursuit, however, existed throughout the Abbasid capital, prompting Jim al-Khal\u012bl\u012b to suggest that it would have been better to consider the whole of Baghdad the <em>Mad\u012bnat al-\u1e24ikma<\/em>, the \u201cCity of Wisdom\u201d.<\/p><p>There was to be a sequel to the Translation Movement.\u00a0 The conquest of Muslim Spain by the Christians, in fact, allowed Europe to gain access to the treasures of knowledge accumulated by the Islamic world. If Baghdad had been the irradiation center of a flourishing activity of translation from the Greek to the Arabic, cities like Toledo now became the centers for the translation of the great Arabic texts into Latin.<\/p><p>The works of translators such as those belonging to the <em>Escuela de traductores <\/em>of Toledo enabled Europe to gain access not only to texts of the Greek world but also to the Arabic translations of works coming from most of the civilized world, that is, from the whole of the East.<\/p><p>The reemergence of the sciences as well as humanist scholarship during the latter part of the \u201cDark Ages\u201d, a period known as the medieval period, would provide the background to the Renaissance, which developed thanks also to the crucial contribution of Greek and \u201coriental\u201d civilizations \u2013 with key input coming from Persia, from Mesopotamia, from India, from the Jews, from Egypt, from China and, of course, from the Arab world.<\/p><p>Dimitri Gutas believes that \u201cthe study of Greek works after the classical period can hardly be pursued without their correspondence in Arabic, which thus emerged as the second classical language, well before Latin\u201d. Indeed, that very Arab language that for 700 years was the language of science in the world.<\/p><p>The Translation Movement was promoted not only by the Abbasid kings but also by private individuals and patrons principally from the capital. In two centuries, the movement involved hundreds of translators who closely liaised with thousands of people who hunted, carried and copied books, who catalogued and conserved them. It was a multiethnic and multireligious endeavor, involving Arab, Persian, Egyptian, Armenian, Indian, Mesopotamian intellectuals as well as persons professing a wide range of religions, namely Muslims, Hindus, Mazdeans, Jews and Christians of various denominations.<\/p><p>It is important to note that \u201cthe approach of the educated Arab world to Greek thought at the time of the translations was active and not passive,\u201d as Cristina d\u2019Ancona writes. It wasn\u2019t just a straightforward reception or reformulation of Greek thought but an evolutive reinterpretation of it. In fact, the same works were often retranslated two or more times because the accretion of the knowledge the translation brought about in many areas prompted a better understanding of the texts and of their reinterpretation and revisitation in Arabic, de facto making the first translations obsolete. It was an extraordinary example of unfettered research and debate involving differing orientations and point of views in a range of disciplines of knowledge, both in humanistic and scientific studies: During the reign of al-Ma\u02bem\u016bn something new occurred in the academic world. The coming together for the first time of the scientific traditions of the world, gave to Baghdad scholars a vision of reality that had never been so wide. The differences in the translations of Persian, Indian and Greek astronomical texts meant, for example, that not everyone could be right at the same time.<\/p><p>This movement of cultural encounter and exchange that started in Bagdad under Caliph al-Ma\u02bem\u016bn \u2013 who according to tradition rediscovered and spread Greek thought after having spoken with Aristotle in a dream \u2013\u00a0 also occurred in other places where the Islamic and Christian worlds met, namely in Sicily and in Spain, where the Venetians also operated.<\/p><p>The Translation Movement, which was a revitalization and regeneration of Greek civilization, went well beyond futile classifications between humanistic and scientific cultures, between the science of man and the science of nature, <em>de facto<\/em> proclaiming an integrated and comprehensive vision of man and science.<\/p><p>In the specific area of science, the Arabs didn\u2019t limit their action to translating the Greek texts, but also reconsidered the discourse on nature and the ends of science: \u201cThe heritage the Arabo-Islamic civilization received from Greek antiquity led to the development of scientific inquiry, but also to the philosophical discourse around science [...] This epistemological component that Arab scholars revived, contributed significantly to forging their approach. Those who were intellectually more Greek, after the Greeks, were the Muslims\u201d.<\/p><p>In 1068, \u1e62\u0101\u2018id al-Andalus\u012b of Toledo wrote the <em>Kit\u0101b \u1e6dabaq\u0101t al \u02bcUmam<\/em>, the earliest known history of science, where nations were classified according to their scientific achievements and listed on the basis of the individual contribution each made to the progress of man. Of the Greeks he wrote: \u201cThe Greek philosophers are the most eminent among men by rank and the most scholarly in the zeal they have shown in the various fields of knowledge: not only in the science of mathematics, logic, physics and metaphysics, but also in the government of family and society.\u201d<\/p><p>\u00a0<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Briefly, if we were to establish a continuity between classical thought \u2013 as developed in Greece over a period of one-thousand years in the areas of humanism and science and as partly handed down to the Roman world \u2013 and modernity, we simply cannot ignore the role played by the Arabo-Islamic world in the process.<\/p><p>The \u201cArab world\u201d was not about being part of an ethnic group but was intended as a politico-cultural kinship where a crucial role was played by the Arabic language, which by the time of \u02bfAbd al-Malik (685-705) had become the politico-administrative as well as cultural language of the empire: a medium used from Saana to Zaragoza and from Samarkand to Marrakech.<\/p><p>The Arabs were not merely collectors\/translators\/transmitters of Greek humanist and scientific thought, a task they carried out above all in the 8<sup>th<\/sup>- and 9<sup>th<\/sup>-centuries of our era in the period known as \u201cthe age of translation\u201d. If according to the foundational legend, the Translation Movement had initiated following al-Ma\u02bem\u016bn\u2019s dream in which he had conversed with Aristotle about the nature of good, that process had actually started with al-Man\u1e63\u016br, great-grandfather of al-Ma\u02bem\u016bn\u2019s, who had solicited a systematic translation of writings from other cultures, namely of Greece, India, Persia and Mesopotamia.<\/p><p>The initial contacts with the Greek world went back to the Omayyad caliphs at the time Islam first developed. Soon after the death of the Prophet (632), Islam, driven by the four \u201crightly guided\u201d Caliphs, spread across three continents, from Afghanistan to the Pyrenees. In several territories, namely Egypt, Mesopotamia, Asia Minor and Persia itself, there continued to survive scientific centers of Greek, Syriac or Persian inspiration, while in cities like Alexandria, Gondishapur, Antioch, Nisibis, Harran, Galenic medicine was practiced, and Euclid\u2019s <em>Elements<\/em> was read alongside other manuals not only of astronomy and physics but also of Greek philosophy and grammar.<\/p><p>Other factors as well contributed to stimulating research and the dissemination of knowledge: for example, the widespread presence in the Arab world of schools of varying levels, including institutions that could be considered as history\u2019s earliest universities. Although a common curriculum did not apply and the teaching of religion was a key feature especially at the primary levels, there was no doubt that schools played an important role .<\/p><p>Another driver of scientific development was the assimilation and development of paper-making techniques acquired from Chinese craftsmen. Learning how to make paper represented, most certainly, \u201ca factor of acceleration in the circulation of information\u201d, for within one century \u2013 from the end of the 9<sup>th<\/sup>- to the end of the 10<sup>th<\/sup>-centuries \u2013 paper had all but replaced papyrus and parchment. By the 10<sup>th<\/sup>-century, thanks to what is known as the <em>D\u0101r al-\u02bfIlm <\/em>(\u201cHouse of Knowledge\u201d), an institution regulated under the laws of mortmain (<em>waqf<\/em>), libraries had become widely accessible, while the task of copyists greatly facilitated by the diffusion of paper.<\/p><p>Arab scholars in widely ranging disciplines were not transmitters of knowledge, part of an alien body that had emerged between Hellenistic and Renaissance of Europe, but were at the same time researchers, innovators and forerunners. As scientists, they were innovators and transmitters and, therefore, teachers and guides, according to al-Ghaz\u0101l\u012b\u2019s conception of learning: \u201cIt has been said that in the process of learning the first step is silence, followed by listening, then retention, then doing, and finally imparting\u201d.<\/p><p>In the specific domain of the sciences, the contribution of the Arabs was crucial: Chemistry first developed in the Islamic medieval world while it was the Arabs who invented algebra as a separate discipline from arithmetic and geometry. The earliest comprehensive study of ophthalmology was accomplished in 9th-century Baghdad. And it has also been said that without the contribution of Arab astronomers \u2013 namely Nasir al-Din Tusi and the scientists of the Maragheh observatory \u2013 Copernicus \u201ccould have easily continued pursuing the family tradition in the copper trade from which his name originates\u201d.<\/p><p>For every Muslim, \u201cthe noblest of sciences is the knowledge of God\u201d. Religious science, Al Ghazali affirms, was to be preferred for it healed the soul rather than the body, the health of which was fleeting. One of the principal features of God was that of being a creator and \u201cLord of the Worlds\u201d, and the principal evidence of his existence was the existence of the world, which, inasmuch as creation, would be inconceivable without its creator. Thus, Ibn Rushd (Averroes) started his <em>Decisive Treatise, Determining the Nature of the Connection between Religion and Philosophy <\/em>with just this argument, sustaining the legitimacy of philosophy, which was \u201cnone other than the speculation on existing creatures and reflection on how, on the basis of the consideration that they are created, proof is given of their Creator\u201d. For this reason, he sustains that philosophical and theological research must lead to the same results, and should this not occur, it is possible to \u201caffirm definitely that whenever the conclusion of a demonstration is in conflict with the apparent meaning of Scripture, that apparent meaning admits of allegorical interpretation according to the rules for such interpretation in Arabic\u201d.<\/p><p>While Averroes\u2019 position cannot be automatically considered to be in line with Islamic orthodoxy, dogmatic belief that the universe was a divine creation, and a manifestation of God\u2019s will, was clearly affirmed in the <em>Quran<\/em>. Knowledge of the world of matter, conceived as a created whole, meant being aware of one of the manifestations of God besides being the best, clearest and most universal evidence of his existence.<\/p><p>Briefly, if we were once again to rely on ambiguous categories such as \u201cclassical culture\u201d intended as a series of acquisitions essential for the development of European civilization and the so-called \u201cwestern world\u201d, we should reconsider several clich\u00e9s.<\/p><p>What we call \u201cclassical culture\u201d was in reality the result of the interaction and achievements of a plurality of peoples over the centuries, above all in the scientific and technological milieus.<\/p><p>The recurrent idea we come across from Plato to Hegel, according to which the Greeks evolved in an original way the knowledge they received from other peoples, like the Egyptians and Chaldeans, applied in all areas where research, teaching, exchange and debate occured. It applied, for example, during our middle ages thanks to the outstanding development of science, technology, philosophical speculation and logic in the Muslim empire. Starting from the 8<sup>th<\/sup>-century, Arabic-speaking philosophers, historians, astronomers, chemists, doctors, mathematicians, engineers, architects, physicists and logicians didn\u2019t just collect the results of the research carried out in the Greek, Persian, Indian, Egyptian, Chinese and Chaldean worlds. These results, they studied, compared and developed and in doing so went beyond.<\/p><p>At the dawn of modernity, the outcome of 700 years of study and research brought about an accumulation of knowledge that went far beyond that which the Arabs first came into contact with in the early part of their history.<\/p><p><em>\u00a0The Myth of western civilization, pp.159-170<\/em><\/p><p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle title=\"Is western democracy compatible with christianity?\" _builder_version=\"4.9.2\" _module_preset=\"default\" title_font=\"|700|||||||\" title_font_size=\"20px\" custom_margin=\"0px||12px||false|false\" title_font_size_tablet=\"\" title_font_size_phone=\"16px\" title_font_size_last_edited=\"on|phone\"]<\/p><p><img class=\"wp-image-279 alignleft size-full\" src=\"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/murales.jpg\" alt=\"\" width=\"568\" height=\"795\" \/> Christianity is compatible with all forms of government \u2013 the government of kings, of the best or of the people, as long as those who govern are Christians and abide by the precepts of Christianity, which in the Catholic hemisphere are one with the doctrine of the Church. One point, though, is clear: The political dimension that pertains to the mundane sphere is subaltern to the religious dimension that pertains to the sphere of the sacred. Inasmuch as it is subaltern, politics must comply with the precepts of religion and cannot claim autonomy in terms of principles or action. Throughout the middle ages the contention between papacy and empire would focus on the issue concerning the paramountcy between the spiritual sphere represented by the Church and its highest exponent the pope and the political sphere represented by the empire and the emperor. The excommunication of the emperor was a weapon the pope could wield to deprive the former\u2019s communion with the Church and the Christians. Through this institutional act of religious censure, the pope severed Christendom\u2019s obedience to a sovereign who was no longer fully a Christian sovereign.<\/p><p>Roman Catholicism\u2019s censure of the ideologies arising from modern revolutions is well-known. Political doctrines like liberalism, socialism, anarchism and communism had all been condemned by Catholicism. It was only with the message addressed \u201cto the People of the Entire World on the Subject of Democracy and a Lasting Peace\u201d of 24 December 1944, that the pope declared democracy a political system that, in certain conditions, was compatible with Christianity.<\/p><p>In that Christmas message of 1944, which was broadcast on Vatican Radio, pope Pius XII said: \u201cIt is scarcely necessary to recall that, according to the teaching of the Church, \u2018it is not forbidden to prefer temperate, popular forms of government, without prejudice, however, to Catholic teaching on the origin and use of authority,\u2019 and that \u2018the Church does not disapprove of any of the various forms of government, provided they be per se capable of securing the good of the citizens\u2019\u201d, citing <em>Libertas<\/em>, Leo XIII\u2019s Encyclical of 20 June 1888.<\/p><p>Pius XI, the successor of Ambrogio Ratti who as Pius XI had referred to Mussolini as \"the man of Providence,\" while aware that the planetary role of the United States, also as the world\u2019s leading democracy, could herald the installation of \u201ctemperate, popular forms of government\u201d, he immediately specified that all such governments must nevertheless comply with \u201cthe absolute order of beings and purposes\u201d which cannot have any other origin than in \u201ca personal God, our Creator\u201d. Pope Pius XII also hoped that power be entrusted to \u201cmen chosen for their solid Christian convictions\u201d.<\/p><p>Thus, the Catholic Church, which elects its leader, the pope, according to a majority vote, rejected that very same method if it were applied to legitimize choices that contradicted \u201cthe absolute order of beings and purposes,\u201d that is, if they went against Church doctrine.<\/p><p>At this point we should ask a question that may even appear to be na\u00efve: How should Catholic citizens comport themselves when the democratic state they belong to applied laws and systems of government that were contrary to Church doctrine, which alone represented \u201cthe absolute order of beings and purposes\u201d?<\/p><p>The events of the past 75 years well answer this question. Focusing exclusively on events occurring after World War II in Western Europe, which is the territory that is historically identified with Catholicism and the so-called West, we have seen how the Catholic Roman Apostolic Church has reacted strongly, and with all the means it had at its disposal, against laws it believed were not in line with Christian doctrine, that is, with the catechism of the Catholic Church. The Church has tried to oppose these laws through initiatives of its own, through its leading exponents and cultural and religious movements and through Christian-inspired political parties such as Democrazia Cristiana (DC), which dominated Italian politics from 1943 to 1994.<\/p><p>The Catholic Church has tried and continues to oppose laws and conduct that support divorce, the voluntary interruption of pregnancy, the free decision to end one\u2019s life through euthanasia, civil unions and same-sex marriage. In Italy, for example, the Christian Democratic Party, which was a declaredly Christian party, promoted referendums against divorce, which had been instituted in Italy by Law 898 of 1 December 1970 governing \u201cthe dissolution of marriage\u201d, and against Law n.\u00a0 194 of 22 May 1978 on the voluntary termination of pregnancy. Both referendums failed in their intent and the strongly contrasted laws remain in force.<\/p><p>It is perfectly legitimate in a democratic state to change or quash laws if the legal system allows it. Widely utilized is the referendum, a tool that allows democracies to gauge the opinion of citizens on a range of issues. Just as legitimate is the refusal on the part of individuals to avail themselves of laws that would allow them divorce or to abort, if such practices were against their religious or moral convictions.<\/p><p>Less understandable is on the other hand the claim on the part of citizen groups, which are generally a minority, to influence state law governing family and civil rights and the choices on the issue of <em>finis vitae.<\/em><\/p><p>In a laic and non-confessional state, founded on pluralism and religious freedom, such is the liberal-democratic state, the Church cannot stake claims and demands in the name of God and Holy Writ, in the name, that is, of a divine law that emanated directly from God.<\/p><p>The issue is somehow eluded by advancing under a different guise the characteristics of a religiously inspired right that although not formalized in a law is taken as having been expressed by Catholic Church doctrine.<\/p><p>To oppose laws such as those mentioned earlier \u2013 laws governing divorce, same-sex marriage, abortion and euthanasia \u2013 the Catholic Church, legal experts, politicians and Catholic intellectuals, have relied on arguments such as natural law, the right to life, moral law, personal conscience and value. An analysis of these criteria of legitimization is not possible in this venue because the topic is far too wide and complex. However, it is worth noting that all these motives can be traced back to the postulates of Christianity as they are interpreted by Catholic Church doctrine. For example, natural law is mostly that which was understood by St. Thomas, who defined it the \u201cparticipation in the eternal law by rational creatures,\u201d meaning that a human law was just if it derived from a natural law, which in turn referred to a higher divine order. Thomas in this light explicitly developed a thesis by Augustine of Hippo who sustained that \u201can unjust law is no law at all\u201d .<\/p><p>At the same time, the \u201cright to life\u201d is intended as the right and duty of the individual and society to preserve all forms of life including those that have no sensibility or conscience, from the embryo that is a few weeks old to an individual who is in a state of irreversible coma. This presumed right to life reflects the presence of God in all forms of embryonic and merely mechanic life, as that which is found in irreversible coma. Consequently, even the atheist citizen who is in a state of irreversible illness or suffering doesn\u2019t have the right to stop suffering by taking recourse to euthanasia because the theory of the presence of God in all forms of human life is not considered as a theory belonging to a specific cultural and religious group, as a vision sustained by a cultural milieu, but is elevated to the status of absolute truth that must apply to all. A truth incontrovertible, universally applicable and mandatory.<\/p><p>It should be observed that this modern claim to the right to life was in blatant contrast with church history itself. When imperial power demanded sacrifices be made to the gods and the emperor\u2019s divinity be acknowledged, Christians who were thus obliged to abjure their monotheistic faith were duty bound to confess their faith and choose martyrdom and die witnessing their faith in Christ. The martyr has always been considered an example of the perfect Christian.<\/p><p>Without considering that in the Christian Church there have been female saints and martyrs, like Maria Goretti, who have chosen to die rather than give up their virginity to the aggressor.<\/p><p>However, the underlying issue we refer to is cited above and articulated plainly in Pope John XXIII\u2019s encyclical <em>Pacem in Terris<\/em>, which evokes the Church's traditional stance: \u201cThere is no power but from God\u201d and must comply with its author. Article 47 of the encyclical reads: \u201cBut it must not be imagined that authority known no bounds. Since its starting point is the permission to govern\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 in accordance with right reason, there is no escaping the conclusion that it derives its binding force from moral order, which in turn has God as its origin and end\u201d.<\/p><p>Immediately afterwards a radio message delivered by Pope Pius XII in December 1944, which is cited above, states:<\/p><p>\u201cThe absolute order of living beings and man\u2019s very destiny\u201d, which fundamentally correspond to reality as embodied in the Christian faith, \u201ccan have no origin save in God Who is our Creator, it follows that the dignity of the State\u2019s authority is due to its sharing to some extent in the authority of God Himself.\u201d In other words, according to the often-mentioned criterion of conformity, it is asserted that secular political authority is worthy of recognition and respect in as far as it conforms to divine will. The implication of this theory is a rejection of any doctrine or political system, first and foremost democracy, which does not recognize divine transcendence: in its principles, its values and its morality.<\/p><p>A contemporary document of more recent days, which is also one of the lengthiest and methodical encyclicals ever written by a pontiff, John Paul II's <em>Evangelium Vitae<\/em> (March 25, 1995) is highly noteworthy in terms of the Church's position on democracy. Overall it is meaningful in terms of the actual relationship between civil law and divine law, and it also addresses the question of how a Christian, but not only a Christian, is called upon to behave when faced with a State law judged to be in contrast to the moral law that derives from God.<\/p><p>L\u2019<em>Evangelium Vitae<\/em> is an encyclical and as such speaks to all Roman Catholics and establishes guidelines for\u00a0 behavior that binds them to the value and the defense of life. One might have expected an encyclical concerning human life and published at the end of the last century, which bore witness to two world wars and at least four attempts at genocide, to address primarily the defense of life for the millions of people who were victims of the wars, the various persecutions, of the social injustice and of the economic exploitation that every day claim thousands of victims, especially in Africa, Asia and Latin America.<\/p><p>Instead, the two subjects that monopolize a great deal of the nearly one hundred pages of <em>Evangelium Vitae<\/em> are abortion and euthanasia. From the very beginning, the encyclical emphasizes \u201cthe <em>relativism <\/em>of the individual's earthly life\u201d, in that it \u201cis not an \u2018ultimate\u2019 but a \u2018penultimate' reality\u201d. The ultimate reality naturally would be life after death, \u201ceternal life\u201d and on the basis of this premise \u201cpenultimate reality\u201d would correspond to human life that starts with birth and ends with death.<\/p><p>Abortion is repeatedly defined as an \u201cabominable crime\u201d, which incurs the penalty of <em>latae sententiae<\/em>, i.e. automatic excommunication. Euthanasia is considered a form of suicide, a manifestation of the \u201cculture of death\u201d, which claims it can \u201ctake control of death\u201d in order to \u201celiminate all pain\u201d. Among the various arguments set forth to support the theses expounded in <em>Evangelium Vitae<\/em> concerning abortion and euthanasia, the subject of sovereignty is of particular interest. In other words, who holds the responsibility of deciding and determining the laws that govern the life of the embryo and the choice of putting an end to one's existence when, for example, a person must endure a condition of extreme suffering and a progressive degeneration of his\/her psycho-physical\u00a0 state? Such conditions would merely lead to a vegetative state with no signs of awareness.<\/p><p>In a democratic context, the answer appears obvious. Democracy is a form of government that literally means power (<em>kratos<\/em>) of the people (<em>demos<\/em>): or, if you will, of the citizens. The people hold the power, establish the state's rules of government, define its limits, e.g. the duration of mandates for office holders, and the constitutional principles themselves. In democracy, the latter are founded on its citizens' freedom, both in the public and the private sphere, and on the equality of citizens first and foremost before the law. The holder of power, the people, the community of citizens, enjoys a broad decision-making autonomy whose limits are set by the people themselves, in compliance with the rules of democracy, of the State's system and of its international agreements. The rules that govern and organize the citizens' lives are selected by means of alternative proposals, comparison, discussion and a choice based on the majority. The decision hinges on the comparison among various options; in fact, in antiquity, democracy was defined as a \u201ccivilization of the word\u201d.<\/p><p>The choice is deemed \u201cjust\u201d not because it complies with a presumption of truth but because it is functional to the community's interests, well-being and development. The choice is \u201cjust\u201d because it is useful to the collective interest and believed to be the most incisive and suitable in a given context. Should a community's priorities change, new elements of evaluation emerge or determined circumstances evolve, the choices and rules might even undergo a radical transformation. In a democratic system a good ruler is a collective body which directly or via representation, is able to identify solutions that at different times and circumstances and according the objectives set are the most favorable to the general interest.<\/p><p>Sovereignty is characterized in completely different terms in a theocentric or theocratic perspective. As previously discussed in this study, in Abrahamitic monotheism, in Judaism first, in Christianity and Islam later, one God as the creator of every form of life, is also the creator of the world order over which he exercises absolute control. In a theocratic perspective power belongs to God and rulers can act only as an expression of God's will and in conformity to it. Thus, in their encyclicals and in their stances Popes have repeated that any form of government is acceptable on the condition that it is compliant with morality, i.e. Christian doctrine as set forth by Church doctrine or the Magisterium. This attributes to the Church the indisputable right to establish the legitimacy or censorship of political power, as it did at the threshold of the modern age.<\/p><p>It is not the intention of this study to dwell on this point; its aim rather is to consider what this theocentric vision entails, for instance, in \u201cvital\u201d issues like abortion and euthanasia. These matters are particularly important as many liberal-democratic countries in the old and new West have taken stances that are essentially contrary to the Church's doctrine.<\/p><p><em>Evangelium Vitae<\/em> repeatedly reiterates the \u201cfundamental principle of the inviolability of life\u201d on the part of man. This principle, according to which, I am not the owner of my own life but, from a Christian's viewpoint, derives from a sort of fundamental rule, is referred to several times in <em>Evangelium Vitae<\/em>: \u201cIt is I (God) who\u00a0bring\u00a0both\u00a0death\u00a0and\u00a0life\u201d. The main reason that abortion and euthanasia are not permitted is that they are held to be contrary to the \u201cLaw of God\u201d. One could object to this kind of judgement as it is inconceivable that those who do not believe in God or belong to another religion should abide by precepts of the Roman Catholic Church, one of the hundreds of Christian denominations, which have in the last two millennia laid claim to the exclusive possession of the truth and which have fought against one another. However, aside from this objection which a lay person could make in a multi-religious and multi-cultural context, such as those found in contemporary European and American liberal-democratic societies, there is another question to be dealt with. How should Christians or in general \u201cpeople of good will\u201d act in the face of a State's law which makes practices such as abortion or euthanasia licit, which perhaps have been sanctioned by means of a popular referendum and decided by an overwhelming majority?<\/p><p>With regard to abortion, <em>Evangelium Vitae <\/em>says<em>: \u201c<\/em>No circumstance, no purpose, no law whatsoever can ever make licit an act which is intrinsically illicit, since it is contrary to the law of God which is written in every human heart, knowable by reason itself, and proclaimed by the Church\u201d.<\/p><p>The encyclical reaffirms that the \u201cright to life\u201d cannot be \u201cquestioned on the basis of a parliamentary vote or the will of one part of the people \u2013 even if it is the majority\u201d.<\/p><p>Regarding the doctrine condemning euthanasia in that it is \u201ccontrary to the Law of God\u201d it states: \u201cThis doctrine is based on the natural law and the written Word of God, is transmitted by the Church's Tradition and taught by the ordinary and universal Magisterium\u201d. The only acceptable law is the \u201cLaw of God\u201d interpreted, transmitted and taught through the Church's Magisterium.<\/p><p>Human laws have no value and are not valid if they are contrary to the \u201cLaw of God\u201d, therefore shall not be recognized since \u201cwe must obey God rather than men\u201d. It follows that \u201cit is never licit to conform\u201d with a law that is intrinsically unjust like abortion and euthanasia!<\/p><p>Taking into account these premises, a judgement of democracy appears evident: it is acceptable only insofar as it conforms to the \u201cLaw of God\u201d, since a series of subjects such as the ones mentioned above, cannot be settled either by man or by parliamentary majorities.<\/p><p><em>Evangelium Vitae<\/em> is in no way conciliatory towards democracy: \u201cDemocracy\u00a0cannot be\u00a0idolized\u00a0to the\u00a0point\u00a0of\u00a0making\u00a0it a substitute\u00a0for\u00a0morality\u00a0or panacea\u00a0for\u00a0immorality.\u00a0Fundamentally,\u00a0democracy\u00a0is a \u2018system\u2019 and as such is a\u00a0means\u00a0and not an end. Its \u2018moral\u2019\u00a0value\u00a0is not\u00a0automatic, but\u00a0depends\u00a0on\u00a0conformity\u00a0to the\u00a0moral\u00a0 law\u00a0to which it, like every other\u00a0form\u00a0of\u00a0human\u00a0behavior, must be\u00a0subject: in other\u00a0words, its\u00a0morality\u00a0depends\u00a0on the\u00a0morality\u00a0of the\u00a0ends\u00a0which it\u00a0pursues\u00a0and of the\u00a0means\u00a0which it\u00a0employs\u201d.<\/p><p>Since it would not be politically correct in a liberal-democratic context to assert that democracy must conform to the \u201cLaw of God\u201d, the term \u201cconformity with moral law\u201d is used to denote the \u201claw of nature\u201d - considered a synonym of the \u201cLaw of God\u201d.<\/p><p>In addition, it is affirmed that democracy \u201cis a \u2018system\u2019 and as such is a means not an end\u201d. This seems to suggest that by this \u201cmeans\u201d the democratic system can impart judgements on a variety of subjects that are not \u201cmoral\u201d in themselves, but which can contain a higher or lower degree of morality based on their conformity to the moral law, i.e. the \u201cLaw of God\u201d.<\/p><p>Describing democracy as a system seems reductive and, on the other hand, an obvious thought. Every political system result in an \u201corderly\u201d series of rules based on common principles, reciprocal relationships and functions that indeed make it a system capable of achieving that government's objectives: for one, a peaceful and organized coexistence, the minimum common denominator for any form of government.<\/p><p>Democracy is not a system that can be imbued with indiscriminate subjects, for it is a form of government in which \u201csovereignty belongs to the people\u201d, as declared in article 1 of the Constitution of the Italian Republic<\/p><p>Modern democracies, e.g. the English, American and French, adopted this form of government from Greece as they identified with its premises (popular sovereignty), in its principles (liberty, equality and solidarity among citizens) and in its procedures (division of powers and exercise of power by the community at large). Religious pluralism lies at the root of ancient democracy as it does of modern democracy. It is, therefore, inconceivable that one of the democracy's religions should dominate all others and that those who define themselves as representatives, as is true in the Catholic Church, claim the right to issue a license that legitimates laws and one that an exempts citizens from respecting them.<\/p><p>The presumption that the West can be identified as having Christianity embody its cultural and religious dimension and, at the same time, being governed by a liberal democracy as its political system, does not appear to be well-founded. To begin with, the main characters are not well-matched: the \u201cpeople of God\u201d cannot be compared to the \u201csovereignty of the people\u201d and the \u201claw of man\u201d is not aligned with the \u201cLaw of God\u201d.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>From <em>The Myth of western civilization. The west as an ideological category and political myth, <\/em>NYC, Nova publishers science, 2021, pp.243-254.<\/p><p>[\/et_pb_toggle][\/et_pb_column][\/et_pb_row][\/et_pb_section]<\/p>","_et_gb_content_width":"","footnotes":""},"class_list":["post-349","page","type-page","status-publish","hentry"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/349","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=349"}],"version-history":[{"count":8,"href":"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/349\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":391,"href":"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/349\/revisions\/391"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.ferrisstudies.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=349"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}